| 02.02.06
"Stiamo vincendo! Stiamo vincendo!" Pierre si gira verso di me con gli occhi felici, quasi saltella sullo sgabello. Sono in piedi dietro di lui; la voce del croupier che chiama le puntate attira la sua attenzione e torna a spargere allegramente le mie fiches sul tavolo verde. Vince di nuovo e di nuovo si gira cercando la mia approvazione; mi limito a sorridergli e a spingergli l'erezione contro la schiena: ho un solo pensiero in testa, non me ne frega niente delle sue giocate. Intorno al tavolo qualcuno si complimenta con lui ed eccolo che si esibisce in battute sciocche e risatine. "Lascia una fiche al croupier quando prendi il numero secco, almeno" gli dico a bassa voce toccandogli i muscoli delle braccia. Nessuno fa caso a noi, nessuno sembra stupirsi che questo ragazzo attraente stia con un vecchio come me; io a dire il vero non mi ci sono ancora abituato. C'e' da dire che i soldi mi hanno investito relativamente da poco cambiando totalmente la mia vita, anche se i cambiamenti maggiori li devo a Pierre. Un paio di miei libri hanno venduto parecchio e qualche anno fa mi sono ritrovato famoso senza nessun preavviso: il mio vecchio appartamento a Parigi e' diventato un attico a Londra e i ragazzi ho cominciato a ritrovarmeli nel letto la mattina senza che mi ricordassi il loro nome, e non e' una frase fatta. Non Pierre, no: ormai e' quasi un anno che lo frequento e con lui mi sono concesso una di quelle vacanze da ricchi in pieno inverno che tanto disprezzavo, prima. Lui e le sue risatine chiocce, lui e il suo culo duro.
Con piacere noto che diverse donne lo guardano mentre i loro mariti perdono dollari su dollari senza fare una piega. Pierre e' un ragazzo splendido. So che potrei non essere obbiettivo ma... e' palese, e la cosa mi rende stupidamente orgoglioso. Certo quando comincia a parlare ad alta voce e leggermente a sproposito come adesso mi viene voglia di regalarlo a qualcuno - tipo a quella brunetta che lo sta fissando da un po' - ma il mio cazzo la pensa diversamente: lui e' decisamente innamorato di questo ragazzo e mi sta torturando da una mezz'ora con il ricordo del suo corpo nudo sul letto, stanotte, le braccia tese dietro mentre si apriva per invitarmi nel suo buco gia' ben allargato, i muscoli della schiena disegnati dalla posizione scomoda. "Ancora dieci minuti, poi andiamo" gli sussurro all'orecchio con urgenza, i coglioni che mi fanno quasi male da quanto sono eccitato. Accidenti a lui. Pierre annuisce senza troppa convinzione. La mora mi sta fissando mentre suo marito punta urlando inopportunamente 'venti dollari sul rosso!' A mezza voce, ricambiando lo sguardo, mi abbasso sul mio ragazzo: "ho voglia del tuo culo aperto, come stanotte" dico assicurandomi che anche lei mi abbia capito. Tra l'altro e' la pura verita'. Lui continua a puntare ma stavolta sembra aver recepito meglio. "Arrivo" dice allungando una mano dietro e infilandomela fra le ginocchia. Reprimo la voglia di baciarlo e lo lascio li' a finire le sue fiches. Andro' al bar sperando che qualcosa di forte mi plachi; non e' mai successo, ma uno ha sempre bisogno di una scusa, per bere qualcosa. Ordino un bourbon e lo osservo attraverso lo specchio dietro al barman. La donna, con una sfacciataggine che non le avrei mai attribuito, gli si e' gia' seduta accanto. Cos'e', vuole fare a gara? Spreca il suo tempo, non mi ci metto neanche in competizione con lei; con Pierre e' del tutto inutile.
Do un occhiata anche agli altri avventori del casino': mio dio, sembrano personaggi di un romanzo, meravigliosi stereotipi pronti all'uso. Tipo quei tre al tavolo di Pierre, russi o giu' di li'. Quello al centro, il brutto pieno di soldi - maglietta orribile da est europeo - ha gia' cambiato, da che siamo qui, 600 dollari; gioca sul filo del 'rien ne va plus' e riempie il tavolo di torrette disordinate da 5 dollari che cadono e mettono in agitazione il croupier. Ogni tanto butta giu' una tequila e urla: niet! niet! Di fianco a lui il cattivo: un ragazzone da 130 chili, capelli a spazzola, tatuaggio sul braccio ed esattamente quel tipo di calma pericolosa che ti aspetti da un killer. Dall'altra parte l'angelo: non ha mai toccato una fiche ed e' un miracolo di bellezza: capelli biondi lunghi, sguardo perso nel vuoto - che ti viene da chiederti se non sia completamente fatto - e un sorriso beato disegnato su due labbra assolutamente perfette. Ha persino il volto segnato da escoriazioni recenti. Cosa potrebbe chiedere di meglio uno scrittore buon dio! Tre comprimari gia' belli e pronti, una relazione omosessuale violenta fra il brutto e l'angelo, mafia, alcool e soldi a palate... Oddio, a ben guardare anche io sarei un bel personaggio per un romanzo: gay sui cinquanta ma ancora attraente, soldi, accompagnatore bellissimo e ovviamente giovane, pessimismo cosmico... dovrei scriverlo su di me, questo benedetto romanzo.
Ma a chi la racconto? Sono due anni che non scrivo una riga decente. Riesco a buttare giu' solo banalita'; stupide, inutili schifezze auto-celebrative con cui mi crogiolo nel mio dolore. Stronzate insomma. Per fortuna continuo a fare soldi con i diritti d'autori e con comparsate in orribili programmi dove parlo delle tematiche dei miei libri (ma davvero ci sono tematiche nei miei libri?) e dei motivi che sono dietro alla mia assenza editoriale. Domande del cazzo: chiunque potrebbe capire che non scrivo da quando non ho piu' Daniel, ma nessuno riesce a credere che il motivo sia cosi' banale. E' perche' non sanno cosa serve davvero per scrivere. Non lo sanno.
Rigiro il bicchiere fra le dita. Qualcuno mi osserva seduto dall'altra parte del bancone: avra' meno di trent'anni, ha capito che ho soldi da spendere e che mi piacciono i ragazzi. Mi basterebbe un cenno per portarmelo a letto; ormai ho capito come funziona con queste splendide, cazzute lucciole al maschile: fiutano i soldi, anche quando fai di tutto per non mostrarli, sono sempre belli - spesso splendidi - curatissimi, palestrati, perfettamente a loro agio mentre ti abbordano vestiti Armani o Dolce&Gabbana. Faccio un cenno al barman. Afferra al volo il concetto e versa qualcosa al ragazzo. Ci guardiamo in un brindisi silenzioso. Fra poco, come altri, verra' a sedersi accanto a me con la scusa di ringraziarmi e da li' a ritrovarmelo intorno al cazzo e' un niente, di solito. Non ho intenzione di portarmelo a letto, comunque, vorrei solo guardarlo un po' piu' da vicino perche' anche da qui si capisce che e' bellissimo. E' timido pero', per essere un gigolo, e mi incuriosisce la sua magrezza, i suoi vestiti un po' originali e non perfettamente alla moda. Pierre mi arriva di fianco. "Posso giocare ancora? Sto vincendo troppo! Ti prego, ti prego, ti prego..." lo detesto quando fa la checca in modo cosi' teatrale e per levarmelo di torno gli do altri 200 dollari. Dall'altra parte del bancone il ragazzo distoglie lo sguardo e sorride appena: e' decisamente piu' sobrio di Pierre e piu' simile a me, a quello che ero una volta. Non sembra avere nessuna intenzione di raggiungermi, pero', e comincio ad avere qualche dubbio sulla mia brillante analisi di qualche minuto fa. Non ha la faccia accattivante di uno che vuole rimorchiarmi: ogni tanto alza lo sguardo per guardarmi si, ma per lo piu' fissa il bicchiere, assorto. Che coglione che sono, devo aver frainteso tutto. Ormai sono cosi' abituato a trattare con checche in cerca di soldi che non so piu' trattare con gli altri. Sono un orso, merda. Senza pensarci troppo scendo dallo sgabello e mi avvicino. "Hei, scusa. Fai come se non ti avessi offerto nulla" dico senza guardarlo. Faccio per andarmene quando la sua voce, stranamente roca, mi ferma. "Non si preoccupi, monsieur Lapage, e' un onore farsi offrire da bere da lei." Devo avere una faccia decisamente sorpresa perche' sorride e anticipa la mia domanda: "Ho letto il suo ultimo libro e l'ho riconosciuta dalla foto di copertina. Per questo la fissavo, prima." "Ah, perfetto" - biascico sentendomi sempre piu' coglione - beh, buonanotte..." "Non mi permette di ricambiare il drink? - dice - dopotutto il suo accompagnatore sembra molto impegnato, al momento." Seguo il suo sguardo e adocchio Pierre che rovista in una montagnola di fiches con la bruna che ormai gli saltella sulle ginocchia: sta urlando come suo solito mentre punta i miei soldi senza criterio. So che perdera' tutto, se lo lascio giocare ancora, ma sedendomi sullo sgabello accanto a questo ragazzo mi ritrovo a sperare che sia il piu' tardi possibile. "Bene allora, cosa le offro?" "Un bourbon" faccio. "Due, allora" dice al barman alzando due dita. Resto vagamente incantato a guardargli le mani: ha dita lunghe e sottili con le unghie corte, molto curate. Porta un paio di anelli d'argento, uno al pollice e uno al medio; nell'altra mano ne ha uno al mignolo, sempre d'argento, con delle incisioni nere. "Sembra conoscerti" faccio con un cenno verso il barman. "Si infatti, lavoro qui da un anno ormai..." "Cosa fai?" "Suono. Il piano." Muove la testa verso il pianoforte a coda in un angolo della sala. Non so se stupirmi o restare deluso. "Pianobar, quindi." Scoppia a ridere. "No no... Jazz. Puro, dannato jazz." "Bene, bene. Non avrei potuto sopportarlo - cerco di scherzarci su mettendomi una mano sul cuore - suoni anche stasera?" "Si, fra poco." Mentre parla muove le mani come se dovesse acchiappare delle farfalle; e indica con la testa, non con le dita: ho voglia di guardarlo in faccia ma non mi azzardo, non dopo averlo scambiato per una puttana. "Quella foto e' uno schifo." borbotto a corto di parole. "Si, e' vero, non ti rende giustizia." Mi giro con le sopracciglia alzate mio malgrado; non mi aspettavo di certo questa specie di complimento e il passaggio improvviso alla seconda persona confidenziale; lo osservo mentre butta giu' il bourbon tutto d'un fiato ma devo girarmi in fretta: troppo seducente quel collo piegato indietro. Chiedo delle noccioline. E' il suo turno adesso di guardarmi con aria stupita, le sopracciglia ancora piu' alte delle mie e, strano a dirsi per due che non si conoscono e fanno una gaffe dietro l'altra, ci viene da ridere. Non so piu' come ma cominciamo a parlare del mio ultimo libro, l'unico che lui abbia letto. E' curioso, come molti lettori, ma fa domande insolite; mi costringe a risposte diverse da quelle standard che ormai utilizzo nei talk-show, e' stimolante. Non so come, di nuovo, ma mi ritrovo a parlare di Daniel, di quanto fosse importante per me, del suo contributo al libro, a tutti i miei libri. Mi accorgo dalla lentezza con cui sbuccio noccioline di essere molto a mio agio, come non ero da tempo. "Ora devo andare, non mi aspetteranno piu' di cosi' - dice alzandosi dopo quelle che potrebbero essere anche ore - per quanto mi riguarda - e indicando con il solito lieve cenno della testa il resto della band che ha gia' cominciato a suonare - scusa." Mentre si allontana sento qualcosa che poteri definire mancanza, se non sembrasse anche a me una stronzata, ma almeno posso guardarlo con calma, anche se di spalle: ha gambe lunghissime e pantaloni di velluto a costine poggiati sulle ossa dei fianchi, larghi come se fosse un artista di strada, non un jazzista in un casino. Una camicia bianca senza colletto lo fa sembrare piu' magro di quello che probabilmente e' e le due cose non sembrano fatte per stare una con l'altra - a dire il vero - ma mi piace questa assoluta mancanza di vanita'. Insolita. Nell'indifferenza piu' totale la musica riparte.
Il ragazzo suona piegato in avanti, a volte sembra che sfiori i tasti con i capelli. Ha un modo curioso di stare seduto sulla panchetta, sembra quasi dover cadere da un momento all'altro; mi ricorda me quando scrivo, quasi in bilico sull'orlo della sedia. Dopo una partenza molto accademica le note cominciano finalmente a uscirgli dal cuore, non piu' dalle dita. Suona una musica triste e rabbiosa insieme, maltrattando i tasti. Gli altri fanno fatica a stargli dietro, a condividere quello stato d'animo ma lui non sembra accorgersene, cambia tempo e ritmo piu' di quello che servirebbe. Suona praticamente da solo; il gruppo lo lascia spesso libero accompagnandolo con qualche colpo di spazzola, qualche gemito del sax. All'improvviso alza gli occhi dalla testiera e cerca il mio sguardo, ma questo potrei anche essermelo sognato, e quando torna chino sul piano la musica diventa quello che deve: una sfida con lo spartito e con se stesso, una variazione sul tema portata al suo limite e un pelo oltre. Gli altri lo seguono, finalmente, ed ecco il miracolo di un'improvvisazione perfetta, calda, vera. Ho sempre amato il jazz ma vederlo suonare da lui e' un'emozione che non avevo calcolato. Sono affascinato, lo ammetto.
Un'occhiata intorno non mi restituisce l'immagine di Pierre da nessuna parte. A dire il vero so dove trovarlo, ma non ho nessuna voglia di vederlo spompinare il marito della moretta nel bagno delle signore; preferisco aspettare che finisca. Pierre attira le donne come una calamita - questo e' appurato - ma si vede lontano un miglio che e' un gay, nessuna potrebbe fraintendere. Ormai ho capito che quando le donne partono all'attacco non lo fanno per loro, non direttamente, per lo meno. Non c'e' da stupirsi: Pierre non ha inibizioni e si vede, anche quello, lontano un miglio. E' questo che mi ha abbagliato fin dalla prima volta che l'ho visto, ad una serata organizzata dalla mia casa editrice. Non gli ho mai chiesto se fosse stata una cosa organizzata o meno, fatto sta che si era spogliato in onore dell'ospite principale, cioe' io, e il suo spogliarello era stato cosi' terribilmente trash e di cattivo gusto che, nell'euforia generale, non avevo potuto fare a meno di attirarlo piu' vicino e baciarlo, nudo come un verme, muscoli e cazzo in bella evidenza. I giornalisti ci erano andati a nozze, ovvio; io in quel periodo cercavo solo un modo di dimenticare e dare scandalo faceva parte di uno di quei modi, cosi' l'avevo trascinato, letteralmente, nella prima stanza libera che avevo trovato, inseguito dai cronisti. Chiuse le telecamere fuori dalla porta me l'ero scopato in un delirio di panna e sudore, affondandogli dentro con una violenza tale da stupire anche me, visto che fino a poco tempo prima non ero mai stato un grande appassionato del sesso. Il sesso era piu' un problema che altro per me, prima che decidessi di usarlo per dimenticare Daniel. Con Daniel, per dire, non ci ho mai fatto nulla, tanto era il timore di rovinare tutto. Tornando a Pierre, dopo quell'inizio scintillante cominciammo a frequentarci; Pierre da subito si era auto-proclamato salvatore del povero scrittore in crisi di mezza eta' sfoderando le sue armi migliori per tirarmi su il morale; e le sue armi migliori erano, vi assicuro, il suo culo e la sua bocca. E un'energia contagiosa, certo. Pierre mi distraeva, nel modo piu' totale oserei dire, dal mio mondo cupo di malinconia, libri e amori platonici catapultandomi nel suo fatto di feste, di amici sempre sbronzi e ben disposti, di una liberta' sessuale che non avevo mai sperimentato prima e che trovavo quindi affascinante. Era ed e' sempre voglioso di divertirsi con me e con chiunque gli ispiri. Non ho mai provato a fermarlo, non ci penso proprio. Trascinarlo qua e la' con il cazzo dolorante di voglia e ardere dentro di lui in pochi minuti di euforia e' quasi una costante, ormai, un tratto distintivo del nostro rapporto.
Chiedo al barman il nome del ragazzo che suona. "Dominic" biascica riempiendomi la ciotola di noccioline americane. Torno a guardarlo chiedendomi come fa, tutta questa gente, a non accorgersi della luce che emana, della rabbia che sprigiona a tratti e della dolcezza delle sue mani sulla tastiera. Nessuno sembra badare alla musica, qui dentro, e' terribile. Le canzoni finiscono e invocano un applauso ma nessuno sembra percepire questa mancanza. Io ne soffro invece: una musica non puo' finire cosi', nell'indifferenza piu' totale. Avrei voglia di applaudire ma sarei l'unico e non vorrei metterlo in imbarazzo. Mi limito a rigirare il bicchiere fra le dita e ad ascoltarlo, ma pare che abbiano finito ora. I musicisti si scambiano due parole, lui passa un panno sulla tastiera e richiude il pianoforte; mi sembra quasi che lo carezzi, ma forse sbaglio. Bene, se vuole evitarmi questo e' il momento migliore - non potrei certo biasimarlo se se ne andasse - invece saluta tutti e viene verso il bancone e la cosa, merda, me lo fa venire duro. Accavallo le gambe e spero che non me lo legga in faccia. Fortunatamente si siede senza quasi guardarmi e ordina una coca. Vorrei dirgli che mi e piaciuto ma senza che sembri un complimento interessato. Mi esce un: "Buon jazz, ragazzo" di cui mi vergogno subito, ma che cazzo dico, mio dio! "Dominic - precisa - e grazie" "Si, lo so" biascico ancora arrabbiato con me stesso per la frase di merda, e dovrei pure essere uno scrittore. "Hai chiesto il mio nome?" "Ti spiace?" "No." Con una mano continua a suonare sul bancone di legno. "Ho perso il tempo un paio di volte. Che stronzo". Dice. "So che non ti consola, ma non credo che qualcuno se ne sia accorto, erano tutti molto presi dal gioco..." Mentre lo dico so gia' di aver sbagliato. Mi si rigira contro con un sibilo rabbioso. "Cosa credi, che io suoni per questi? Credi che me ne freghi qualcosa di questi stronzi? Sono solo un branco di perdenti, guardali! Puttane, pervertiti, checche..." Si blocca di colpo. Stavolta e' lui a realizzare di aver detto qualcosa di troppo, se non altro perche' una checca ce l'ha davanti e, per quanto ne sa, anche pervertita. Sono molto divertito dal suo imbarazzo ma aspetto un po' prima di levarlo dall'impaccio: mi piace questo piccolo vantaggio che ho acquisito, anche se non per merito mio. "E per chi suoni, allora?" Chiedo alla fine senza guardarlo. Il mio tono pacato sembra tranquillizzarlo. "Per me. Solo per me." "Stronzate." "Come scusa?" Finalmente si gira e mi fissa. "Tu suoni per qualcuno. Io scrivo per qualcuno, scrivevo anzi, sono 2 anni che non riesco a mettere 4 parole in fila; e quanti anni sono che Daniel ha smesso di buttarsi sul mio divano, infilarsi una mano sotto la maglietta e leggere i miei scarabocchi secondo te? Tira a indovinare, su, non e' difficile." "Per te e' diverso - dice pesando le parole - il tuo e'... un atto creativo." "Col cazzo. Scrivere e' un atto distruttivo, non creativo. Quando scrivi distruggi te stesso, eccome, e con sommo piacere: ti strappi via pezzi di carne e li metti in quello che scrivi, ogni volta; quando non lo fai le tue cazzate restano solo delle cazzate, magari anche splendide si', scritte da dio, oh si', ma nessuno ridera' o piangera' mente le legge e questa, credimi, e' la cosa peggiore che possa capitare a uno scrittore. E la stessa cosa vale per te, caro mio. " Bevo un sorso, ho la gola secca, ma le parole mi escono da sole ormai. "E sai quand'e' che uno e' disposto a farsi veramente del male per tirar fuori i pezzi piu' nascosti? Te lo dico io: quando sa che almeno una persona li amera', questi cazzo di pezzi! Uno scrittore ha bisogno di un lettore, sempre, e un musicista ha bisogno che qualcuno lo ascolti, qualcuno di speciale... - respiro un attimo cercando di radunare le idee - Alla fine tutto si riduce a questo, sul serio, a suonare per questo qualcuno che ama quello che fai, quello che crei. Gli altri possono giocarsi le palle al tavolo verde, mentre tu suoni, ma se tu sai che c'e' almeno una persona che ti ascolta davvero, allora verra' fuori buona musica, come questa che hai suonato oggi."
Il fastidioso dleng dleng delle slot machines sembra riempire l'aria, lui continua a tacere aspettando la conclusione di questo discorso che e' andato fin troppo oltre, per i miei gusti. Ma ormai sono in ballo, tanto vale fare le cose per bene. "Tu suoni come se lei fosse ancora qui ad ascoltarti. E se non e' lei e' qualcun altro - dico ripensando a quello sguardo che probabilmente ho solo immaginato prima - il fatto e' che si sentono i pezzi del tuo cuore che rotolano giu' per il palco e si sente il rumore che fanno quando si spiaccicano sulla moquette di questo casino' di merda. Se suonassi davvero per te stesso non saresti mai riuscito a tenermi qui incollato a guardarti per un'ora buona." Rimaniamo in silenzio per un bel po'. Ho parlato troppo, l'ho messo in imbarazzo. E poi ho detto 'a guardarti', non 'ad ascoltarti'; ma dio, che cazzo mi ha preso? "Si, forse e' cosi'." Dice invece lui fissando il bicchiere. Ha un leggero sorriso sulle labbra mente comincia a parlare a bassa voce. "La amavo molto, sai? E si', lei amava quello che io suonavo. Mi guardava come se stessi suonandole l'anima, ed era una sensazione inebriante, era tutto quello che contava. Pero' mi stava stretta. Facevo l'amore con lei e mi ritrovavo a pensare a tutt'altro, a cose che avevo in testa da anni e che... beh, mi eccitavano molto piu' di lei e... merda, per farla breve una sera ho accettato l'invito di un uomo e ci sono andato a letto. Gliel'ho raccontato; beh, non ho mai pensato di nasconderglielo - aggiunge intercettando il mio sguardo stupito - Credevo stupidamente che avrebbe capito - ride amaramente - che avrebbe accettato questa come altre mie stravaganze. Pianse molto e mi dispiace ancora, ma in compenso mi buco' le ruote della moto, la stronza. Tutte e due. Se ne e' andata da quella porta qualche mese fa' - indica con la testa un punto imprecisato dietro di noi - urlava e scalciava come una belva ferita. E lo era." "Una belva?" non posso trattenermi dal chiedere. Sorride un po' di piu'. "Ferita. Dovettero buttarla fuori in due, ma fece comunque in tempo a gridarmi dietro: " Fa la voce in falsetto e muove la testa in modo buffo, mentre lo dice, e devo sforzarmi di non ridere, non mi sembra il caso. "Il giorno dopo comprai il tuo ultimo libro. Ti conoscevo di fama e a questo punto volevo capire come erano questi luridi finocchi di cui anch'io facevo parte, evidentemente." "Sarai rimasto deluso, allora" obietto. "Molto. Parlava solo di un gruppetto di frustrati, eterosessuali per giunta. Dei prefetti cretini del tutto incapaci di essere normali o, al limite, di accettare quel briciolo di diversita' che li avrebbe salvati. Ben scritto per carita', ma avevo bisogno di tutt'altro. Dire che li ho odiati e' dire poco: avrei voluto sbatterli al muro e incularmeli tutti, uomini e donne." Ridacchiamo entrambi, ma sono particolarmente compiaciuto: questa e' la miglior recensione che quel libro abbia mai avuto, merda.
Sembra che restare in silenzio ognuno a fissare il proprio bicchiere o a ridacchiare sotto i baffi siano due cose che ci riescono proprio bene, stasera. Ah, anche indicare qualcuno con un lieve cenno della testa, si. "Beh, ti rimaneva pur sempre la fotografia in terza di copertina" cerco di ironizzare. "Si, almeno quella valeva i soldi che avevo speso - fa lui stando al gioco - ti ho gia' detto che non ti rende giustizia, comunque." "Dici che sembro ancora piu' vecchio, dal vivo?" continuo a scherzare ma lui ha cambiato registro e non me ne sono accorto. Non e' da me, devo essere davvero rincoglionito. Lui non alza gli occhi dal bicchiere di coca vuoto, fa girare la fetta di limone sul fondo con un piccolo movimento del polso. "Sembri ancora piu' affascinante. Gia'." Sono spiazzato. Reagisco fingendo disinvoltura. "Stai flirtando con me, ragazzo? Ti avverto che ci vuole ben piu' di qualche complimento ben piazzato per portarmi a letto." E lui, merda, rimane serio. "Lo so. Forse devi andare a recuperare il tuo... ragazzo. Come si chiama?" "Pierre va e viene quando gli pare e io non devo andare da nessuna parte." "Domani ti ritrovo?" "Certo." Finalmente ci guardiamo: ha la pelle liscia e scura, esotica quasi, e io mi sento improvvisamente addosso tutti i miei anni. Dovrei smetterla di farmi affascinare da giovani e taciturni pianisti e trovarmi un simpatico gay di mezza eta', come me tra l'altro, con cui giocare a golf e scambiare innocue effusioni. Cazzo. Invece sono qui con lo stomaco leggermente in subbuglio che fisso negli occhi - un po' troppo a lungo per una qualsiasi normale conversazione - questa specie di divinita' indiana incarnata. E lo so che mi fara' dannare, lo so perche' e' cosi' che vanno queste cose. Ma chi accidenti me lo fa fare? E perche' non desidero altro che farmi dannare da lui, in questo preciso istante?
L'arrivo del ciclone Pierre non mi dispiace, una volta tanto. Si catapulta in mezzo a noi ciarlando delle sue inenarrabili giocate. Gli presento Dominic e lui gli stringe la mano e lo squadra a lungo con approvazione. Un calcio negli stinchi lo fa smettere di colpo. Dominic ci saluta in fretta e se ne va' lasciandomi li' a guardarlo con una strana sensazione addosso, di nuovo. Pierre mi prende sottobraccio e mi porta verso la stanza. "Cazzo, com'e' bello! Ma chi e', dove l'hai trovato! Perche' non l'hai invitato su da noi... dio, ci divertivamo un sacco, stanotte!" "Smettila - lo interrompo - non l'ho trovato da nessuna parte, era il pianista, e non e' gay." Pierre sgrana gli occhioni truccati. "Si, certo... Se quello non e' gay io sono la regina elisabetta!" Delle volte e' piu' perspicace di quello che sembra, Pierre. "Parliamo d'altro - lo sbatto contro il muro rivestito di velluto del corridoio - com'era il cazzo del signor '20 dollari sul rosso'?" Pierre scoppia in una risata chioccia mentre gli premo la coscia sull'inguine. "Ah, ma allora mi tenevi d'occhio!" Lo guido verso l'ascensore. "Certo, puttanella, sei il mio ragazzo, se non te lo sei scordato." "Certo che no; perche' credi che non abbia ancora bevuto niente?" Abbassa solo un po' il tono mentre si avvicinano due americani in bermuda. "Volevo farti sentire il suo sapore..." All'apertura lo spingo dentro e in malo modo impedisco a chiunque di entrare. Le porte non si sono ancora chiuse che lo sto gia' baciando. Lo stronzetto ha un sapore amarognolo che mi fa andare il sangue alla testa. L'erezione trattenuta per tutta la serata sembra dovermi scoppiare nei pantaloni e l'urgenza di soddisfarla e' quasi bestiale: appena arrivati lo strattono verso la camera. E' una costante questa, come dicevo. Dentro ci baciamo ancora, gli stringo le chiappe fra le mani e me lo schiaccio contro cercando sollievo, sfregandogli il cazzo addosso. In un attimo e' in ginocchio e lo sta succhiando, la bocca morbida e grande che mi avvolge tutto, la lingua che passa e ripassa sul frenulo. Mi appoggio alla porta e gli vengo in bocca con ancora la chiave della camera in mano, probabilmente urlando. Non riesco a trattenere nulla, quando mi prende cosi'.
Ancora mezzo rincoglionito mi butto sul letto. Pierre, come immaginavo, riparte all'attacco. E' una checca insolente ma credo di volergli bene, a parte i pompini e il culo e tutto il resto, dico. "Sei sicuro che non possiamo recuperare il tuo Dominic per stanotte? Tu mi sembri ormai bello e spompato..." E' un gioco che facciamo spesso, questo: lui mi provoca e io lo punisco in qualche modo, anche solo risbattendogli in faccia l'erezione di cui aveva dubitato. Qualche volta pero' sono cosi' stremato che vorrei davvero ci fosse un altro ad aiutarmi. Ma non lui, non Dominic. "Dammi qualche minuto, idrovora che non sei altro." A occhi chiusi continuo a vedere le mani di Dominic che suonano, Dominic che mi sorride appena o che si passa le mani fra i capelli. Cerco di ricordare esattamente i nostri scambi di battute, cosa ci siamo detti. Era davvero un tentativo di approccio quello che ho codardamente glissato? Dovevo invitarlo qui con noi, stasera? Era questo che intendeva per "vedere come sono questi luridi finocchi"? Forse sono ancora in tempo per recuperare la mora e il maritino dall'omosessualita' latente; potrei lasciarli qui a divertirsi con Pierre e io potrei andare a cercare Dominic. L'idea mi appare ottima, nei fumi dell'orgasmo, e quindi molto probabilmente non lo e'. In ogni caso mi tiro su di scatto per dirla a Pierre ma lui e' seduto sulla poltroncina di fianco al letto, i gomiti sulle ginocchia, che mi guarda stranamente serio. "Stai per lasciarmi" dice. Non me lo sta chiedendo, lo sta dicendo e basta. Lo dice anche per me, lo dice a me. Ed e' vero, credo. Mi siedo anche io, la mente svuotata. "Prima o poi sarebbe successo, no?" balbetto sfoggiando la sensibilita' di un orso. "Si, e' vero." E' cosi' serio e maschio che quasi non lo riconosco. E' triste ma si sforza di non darlo a vedere e il risultato e' una serieta' insolita nei suoi occhi, come se qualcuno avesse spento una luce all'improvviso. "Non deve essere stasera, lo sai. Possiamo ancora divertirci." Lo dico prima di riuscire a fermarmi ma non lo penso davvero, e' ovvio; lui e' cosi' galante da non rinfacciarmelo, un vero gentiluomo, e io sono proprio un coglione per non essermene mai accorto. "Si' invece che deve essere stasera. Tu devi andare dal tuo pianista - tira fuori dalla tasca un foglietto ciancicato e me lo porge - stanza 609." Sorride ma io lo vedo che e' triste; lo vedo, cazzo, e nonostante tutto non riesco a preoccuparmi per lui. Ho voglia solo di uscire da questa stanza, andare da Dominic e vedere di nuovo quelle mani, quella pelle. Mi rivesto cercando di non incrociare lo sguardo di Pierre, poi mi fermo sulla porta sentendomi discretamente una merda ma incerto su come andarmene. "Vuoi che ti chiami la mora e il marito amarognolo?" dico con un mezzo sorriso fissandomi le scarpe. Spero che stia al gioco, che per qualche miracolo di cui io non ho nessun merito torni il Pierre di sempre. Tace per un bel po' poi recupera la sua cadenza da frocio e muove la mano proprio come mi aspettavo che facesse. "No, ho gia' appuntamento con lui alle 4. Sapevo che non avresti retto tutta la notte e avevo preso le mie precauzioni..."
So che sta barando, mentre mi chiudo dietro la porta delicatamente, e so che mi pentiro' di essermi comportato in modo cosi' orribile, ma questo non sembra importante adesso. Respiro un attimo poi parto per il corridoio a grandi passi. Sto andando da lui, da Dominic. Stampate sulla retina come marchi a fuoco ho le sue mani e i suoi anelli d'argento che si muovono sui tasti e quei pezzi di cuore che rotolano giu' dal palco. Non ricordo affatto i suoi occhi, invece, e la cosa e' piu' grave di quello che potreste immaginare. Merda.
Data creazione: 17/01/2007 @ 19:12
Ultima modifica: 17/01/2007 @ 22:36
Categoria: 2006|Racconti
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