| 05.02.06
Immaginate la scena: una tavolata vociante, un ristorante di quelli in cui i camerieri vengono sempre a riempirti il bicchiere. Qualche ora fa c'e' stato il solito paio di minuti d'imbarazzo per la scelta dei posti: quegli attimi in cui sono tutti in piedi e si spostano dietro le sedie chiedendo agli altri dove vogliono sedersi, in realta' cercando solo di guadagnare la posizione vicina (o lontana) da quella tal persona. Quelle situazioni in cui alla fine qualcuno si stufa, prende coraggio e si siede e come tessere del domino anche gli altri cadono, uno dopo l'altro, in un gran fracasso di sedie spostate e cappotti levati e cambiamenti dell'ultimo minuto. Loro due non avevano la pretesa di mettersi vicini e sono stati per cosi' dire trascinati dalla corrente ma - guarda il caso - si sono ritrovati di fronte, separati solo da una barricata di grissini e da due bastioni d'acqua gassata. Questo un ora fa. Poi si sa come sono queste cene: si e' in trenta ma alla fine si parla solo con il vicino; uno solo, tra l'altro, dei due. Sarebbe interessante qualche volta fare come in quei locali per singles in cui ogni tre minuti suona il gong e si cambia di posto. Cosi', giusto per capire che musica ascolta quello la' in fondo alla tavola, o se ha la erre moscia o no.
Insomma adesso sono li', quei due, uno di fronte all'altro che aspettano il secondo come tutti e conversano amabilmente con il loro rispettivo vicino, dandosi il profilo, ignorandosi. Lei sta facendo domande e ascoltando risposte con interesse mentre sbriciola molliche di pane sulla tovaglia. Lui sta cercando di deviare il discorso dal suo lavoro, che pare che tutti vogliano parlare solo di quello, cazzarola. Nulla di insolito, insomma, tutto come da copione.
Finche' lei non sente qualcosa toccargli il piede e lo sposta, con garbo - come si fa di solito in questi casi - senza far pesare all'altra persona il piccolo incidente. Il contatto si ripete subito dopo, un po' piu' a lungo, ma ancora non abbastanza da farle pensare che potesse essere deliberato. Stavolta il piede non lo sposta pero', in una sorta di minuscola presa di posizione a meta' fra la cortesia e la fermezza. Il tempo di un paio di frasi banali e qualcosa la sfiora in una carezza lenta e inequivocabile, dal malleolo a meta' polpaccio: una scarpa di pelle liscia, coi lacci ma non da ginnastica, seria ma non elegante.
Beh, adesso dovete fare uno sforzo di immaginazione e seguirmi attentamente, perche' quello che avviene d'ora in poi sono solo piccoli gesti e sensazioni, cose impercettibili a chiunque tranne che a noi, e avvengono nello spazio di pochi secondi, forse una decina. Come uno di quei passi di danza in cui i piedi dei due ballerini allacciati si muovono in perfetta successione, in un incastro di movimenti e di cambi di peso separati solo da un tempo, uno solo, degli otto che vanno contandosi in testa.
Dunque, nonostante la sorpresa per l'azzardo di quel contatto gli occhi di lei non si staccano dall'interlocutore, anche se diventano leggermente piu' vacui mentre calcola traiettorie, valuta persone e poi capisce che non ci sono altre possibilita': "lui" le sta facendo piedino sotto al tavolo; l'unico che la conosce tanto bene da poterle fare una cosa del genere, anche se non si sono mai sfiorati, prima d'allora. Ovviamente mentre elabora tutto cio' perde il filo del discorso ed e' costretta a chiedere: "come hai detto, scusa?" all'ignaro vicino.
Lui, che nonostante gli attacchi era riuscito a continuare brillantemente la sua conversazione avverte, piu' che sentire, questo piccolo cenno di confusione e se la gode - reprimendo un sorriso - gongolando di soddisfazione quasi, sintonizzandosi sulle scuse di lei e cogliendo la motivazione poco credibile che sta inventando. Ovviamente distraendosi a sua volta. Se ne rende conto dagli occhi curiosi della ragazza con cui faceva lo splendido, fino a un attimo fa, occhi di chi sta evidentemente aspettando una risposta; cosi' tocca a lui adesso sussurrare: "oddio, scusa, non ti ho sentito, cosa dicevi?" sperando ardentemente che lei, dall'altra parte del tavolo, non se ne accorga. Ma lei se ne accorge eccome, mentre annuisce con un sorriso radioso al suo vicino che le parla di quando si e' separato e ci mette il carico levandosi la scarpa al volo e allungando un piede velato di nero in esplorazione. Ma non troppo in alto, per non rischiare incursioni in posti troppo intimi.
La carezza lo coglie mentre sta cercando di capire la domanda che gli viene posta per la seconda volta: un piede inequivocabilmente nudo, morbido di nylon, che si insinua sotto l'orlo dei pantaloni, una carezza leggera che glieli solleva per una decina di centimetri, indugia un paio di volte su e giu' come una pennellata data con cura, poi si ritira. La domanda naturalmente gli e' sfuggita di nuovo, intento com'era a percepire la piccola durezza delle unghie mentre lei gli saliva su per la gamba e la morbidezza delle singole dita che si piegavano appena mentre scendeva.
Con la coda dell'occhio vede che lei fa ancora finta di niente, imperturbabile come una statua dell'isola di pasqua, apparentemente indifferente al piccolo sconvolgimento messo in atto, forse solo un po' troppo sorridente. E mentre gli balena l'idea di commuovere la vicina con una presunta sordita' per non dover richiedere di nuovo - ridicolo - quale fosse la domanda, il cameriere arriva con il secondo proprio accanto a lui, levandolo d'impaccio; e altri ne arrivano subito dopo interrompendo conversazioni e minacciando vestiti immacolati con gocce d'olio in bilico dai piatti di portata.
Ecco, ora potete fare a meno dell'immaginazione, non succede piu' molto, a questo punto, e quel poco che avviene posso descrivervelo facilmente: nel caos dei piatti riempiti e dei commenti sulla morbidezza della carne lui la fissa; la aspetta al varco divertito al pensiero dell'erezione che gli e' appena cresciuta nei pantaloni, osservandola mentre ferma il cameriere con un gesto carino della mano per chiedere altra acqua. Lei lo sta evitando si, ma piu' per tenerlo sulle spine che per imbarazzo, tanto sa che il gioco e' finito, che e' ora di guardarsi negli occhi. Quando lo fa, quando finalmente si gira e lo guarda lui sta ancora sorridendole, la guancia poggiata al pugno chiuso come a dire "e ora?"; lei piega gli angoli della bocca e scuote la testa abbassando gli occhi come a dire "che scemi che siamo", poi torna a guardarlo.
Si lasciano sfuggire una risatina nervosa poi lui cerca una penna nel taschino della giacca, prende il tovagliolo e ci scrive su un paio di frasi pesando ogni parola, mentre lei aspetta col fiato sospeso. Infine glielo porge e si appoggia allo schienale, in attesa. Lei fa finta di soffiarcisi il naso facendolo ridere poi lo legge, il piede ancora nudo sotto il tavolo che struscia sull'altra caviglia.
Gli unici due in tutta la tavolata che non abbiano una forchetta in mano, gli unici due che abbiano davvero qualcosa da dirsi.
Data creazione: 17/01/2007 @ 19:03
Ultima modifica: 17/01/2007 @ 22:36
Categoria: 2006|Racconti
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