Il contenuto di questo sito è proprietà intellettuale di giulia e come tale è protetto dal dirtto d'autore. (legge n. 633/1941 C.C.)

L'usurpazione della paternità di testi ed immagini costituisce quindi plagio ed è perseguibile a norma di legge.

Recenti

Archivio

Altro

Contatti & utilità
Scrivi a giulia  Scrivi a giulia
Aggiungi ai preferiti  Aggiungi a preferiti
Segnala questo sito ad un amico  Segnala questo sito
Versione testo   Versione testo

Visite dal 17.03.07

 418552 visitatori

 12 visitatori online


2006|Racconti - Nonostante tutto

23.03.06


Nonostante tutto era arrivata.
Dalla finestra aperta entrava la luce di marzo e i mandorli del viale esibivano senza ritegno una imbarazzante, vigorosa fioritura. L'aria era ancora frizzante da far lacrimare gli occhi ma lei era arrivata, nonostante tutto, insieme alla primavera. Se lo sentiva.
Rebecca aveva sempre immaginato che il periodo ideale per essere depressi fosse l'inverno; con quel freddo che gela il cuore e isola dagli altri, con le sue feste comandate nelle quali dover fingere di essere felici mentre si muore dentro, con quel grigio nel cielo di alcune citta' che non puo' che mettere tristezza, spaesamento.
L'aveva sempre pensato ma non era cosi', per lei; l'aveva capito diversi anni prima, in un giorno di inizio primavera come questo, guardando i rami sfogliati ricoprirsi di gemme, i fiori gialli comparire per primi nei cespugli, i bambini buttare a terra le giacchette pesanti per andare a fiondarsi giu' dallo scivolo.
Quel giorno era ferma in questo parco cittadino, le mani contratte intorno al giornale appena comprato; aveva notato tutta questa vita rifiorire intorno a lei in un tripudio di colori e tepore e ne aveva avuto, semplicemente, orrore.

Aveva provato una pena cosi' forte da doversi sedere, incapace di reggere su di sé l'enormita' di quella sensazione.
Aveva guardato inebetita le mamme correre appresso a quei piccoli demoni urlanti e sorridere ai mariti orgogliosi seduti comodamente in panchina. Aveva capito di odiare con tutta se stessa quella promessa di caldo che faceva rimboccare le maniche dei maglioni, quell'allegria, quell'uscire di casa e salutarsi con la mano come se fino ad allora non si fosse vissuto. I cani che cagavano nelle aiuole, il mondo, tutto, nella sua interezza, le era apparso finalmente per quello che era: un infinito buco nero senza appigli.

Quella primavera era stata la prima.

Adesso guardava fuori, avvoltolata nella vestaglia mente l'acqua nel bollitore fischiava. Odiava quei mandorli, orgoglio del suo condominio. Nei mesi invernali ci passava sotto tutti i giorni scrutandone i rami secchi con uno sguardo obliquo e una sensazione di pericolo imminente. Poi veniva, inesorabile, il giorno in cui si intravedevano le gemme e Rebecca si scioglieva in lacrime.
Ora erano in fiore, i maledetti mandorli. Rami neri impreziositi da fiori bianchi, migliaia di fiori bianchi, nuvole intere di orribili, odiosi fiori bianchi.
Lei aveva perso da tempo la freschezza di quei fiori. Sentiva la pelle caderle a pezzi, le rughe farsi strada nella carne. Non c'era alcun motivo di essere felici, in primavera, nessuno.

Due lacrime le caddero sul mento. Era tutto cosi' inutile, anche quella primavera la depressione era tornata, lo sentiva nettamente. E stavolta sembrava non lasciarle scelta.

Chiuse gli occhi e stette ad ascoltare i rumori da fuori. Solo bambini e cani, in quel maledetto quartiere nuovo straripante di coppiette che scopavano come conigli e a scodellavano marmocchi. Rebecca li odiava. I marmocchi.

Scuotendo la testa fini' di preparare il te', taglio' il pane e apri' il frigo per prendere la marmellata. Poi un pensiero improvviso: torno' verso il tagliere e appoggiata la lama del coltello seghettato sul palmo della mano la fece scorrere leggera.
Aveva voglia di farlo ma non il coraggio, non ancora.
E poi quello era il coltello sbagliato.
Apri' il cassetto e ne prese uno a lama liscia. Lo passo' di nuovo sulla pelle, di nuovo senza risultato. Le lacrime le riempirono gli occhi di codardia.
Li chiuse stretti e lo mosse come se dovesse tagliare una qualsiasi altra cosa ma con meno forza, che il cuore le tremava. Un piccolo dolore.
Una sottile striscia rossa le traversava il palmo sparendo verso il polso.
Resistette all'impulso di tamponarlo e aspetto' che la striscia si allargasse, che il sangue colasse fuori dal taglio fino a riempirle la mano bianca.
La guardo' affascinata. Era bello il contrasto del sangue che scendeva in rivoli rossi sulla sua pelle diafana. Era bella la consistenza che aveva mentre continuava a uscire e sembrava non voler mai smettere.
Il campanello di casa la fece sobbalzare. A malincuore si avvolse lo strofinaccio intorno alla mano e ando' ad aprire.

"Hai tempo adesso?" chiese l'uomo fermo sulla soglia.
"Certo" rispose lei dandogli le spalle e tornando in casa.
Lui la segui' in camera da letto e si levo' in fretta pantaloni e mutande. Lei guardava i mandorli, in piedi vicino alla finestra. Non le andava di sdraiarsi, oggi.
Aspetto' che lui le arrivasse dietro e spostasse vestaglia e camicia da notte con mani urgenti. Chiuse gli occhi quando senti' il cazzo premerle fra le cosce. Lo lascio' fare tenendoli caparbiamente chiusi per non vedere quella fioritura indecente. I suoi mugolii le rimbombavano nelle orecchie; le sali' un conato di vomito e ingoio' saliva acida.
Si aggrappo' con le mani al davanzale per resistere alle sue spinte, indifferente alle ossa del bacino che sbattevano contro la parete. Il dolore alla mano le ricordo' che non aveva ancora fatto colazione. E che la porta del frigorifero probabilmente era rimasta aperta.
Quando lui ebbe finito Rebecca rimase li', lo sguardo di nuovo sui fiori di mandorlo, ad ascoltare il rumore della fibbia che batteva sul pavimento mente raccoglieva i pantaloni.
"Sicura che non vuoi dei soldi?" fece lui dalla porta della camera da letto.
"No, te l'ho detto. Devi solo venire qui e scoparmi, basta."
"Contenta tu"
Segui' il rumore dei passi nel corridoio e il clack del portone che si richiudeva.
Non gli aveva detto di non venire, l'indomani. Peggio per lui.

Ando' in bagno e preparo' tutto il necessario. Non fece fatica, era tutto pronto, da anni, in un cassetto. Era molto calma.
Mentre la vasca si riempiva torno' di la', prese la marmellata di fragole dal frigorifero e richiuse piano lo sportello. Si sedette e sorseggio' il te' ormai freddo. La mano non sanguinava quasi piu', peccato.

L'immagine le girava in testa da anni, ormai, da quando aveva visto quel film e ne era rimasta come folgorata: era una ripresa dall'alto centrata su una vasca bianca; il corpo pallido di una ragazza, i gomiti appoggiati con delicatezza sul bordo, affiorava come un iceberg dal rosso dell'acqua satura di sangue.
I seni chiari lambiti da quel liquido trasparente come l'acqua, ma rosso, di un rosso cosi' bello da fermare il respiro; la testa adagiata all'indietro come se stesse dormendo.
Un'inquadratura struggente eppure affascinante con solo quei due colori, il bianco e il rosso, a saturare gli occhi.
Aveva cullato quell'immagine per anni, Rebecca, dentro di se'; l'aveva immaginata tante di quelle volte, ormai, da sostituire il volto dell'attrice con il suo, le mani abbandonate nel liquido con le proprie.
Si era detta mille volte, per dimostrarsi che non ne aveva timore, che se avesse dovuto essere sarebbe stato cosi'. Le spiaceva solo non potersi vedere, a cose fatte; questo un po' si, le spiaceva, ma non avrebbe avuto importanza, dopo.

Scosto' i lembi della vestaglia e asciugo' con il tovagliolo lo sperma che sentiva colare.
Poso' con attenzione la tazza sul piattino poi intinse due dita nel vasetto e si spalmo' marmellata sul sesso come se fosse una pomata.
Qualche secondo ferma, le mani sporche adagiate in grembo, poi ne prese dell'altra e la spinse dentro, con cura, mescolandola al sangue rappreso che si andava sciogliendo dalla mano ferita. Lo fece ancora e ancora fino quasi a svuotare il barattolo. Le sembrava la cosa giusta da fare.
La vasca doveva essere piena ormai.
Allargo' le gambe ansimando a bocca aperta per una strana tensione che la aveva bloccato lo stomaco.Le riusciva difficile respirare.
Prese il cucchiaino del te' e lo inseri' spingendolo in fondo con il dito. Marmellata e sperma uscirono imbrattando la camicia da notte.
Immagino' di infilarsi un coltello, di aprirsi da dentro; spalanco' gli occhi come un animale braccato.
Allungo' la mano fino al cassetto delle posate e agguanto' una manciata di cucchiaini. La testa riversa all'indietro sulla sedia se li spinse dentro a forza con mani tremanti e movimenti scoordinati. Uno dopo l'altro, senza fermarsi, neanche quando le cadevano e finivano sul marmo con un rumore assordante.
Voleva vederli scomparire del tutto, perderli dentro quella voragine oscena e non vederli uscire mai piu'. Mai piu'. Le usci' un singhiozzo asciutto.
Non era ancora abbastanza.

Si alzo' e fece qualche passo barcollando a gambe serrate con il peso e il freddo di tutte quelle cose che le premevano le pareti della fica da dentro e lo schifo che le colava giu'. Si lascio' andare dall'altra parte della cucina con il petto schiacciato sul piano di lavoro e le gambe incrociate strette per non perdere nulla. Sollevo' vestaglia e tutto il resto scoprendosi fino alle natiche e cerco' con occhi annebbiati qualcosa che potesse servire allo scopo: la paletta di plastica nera, quella che raccoglieva cosi' bene le uova senza rigare la padella antiaderente.
La prese rovesciando tutto quello che c'era davanti e la uso' su di se' facendosela schioccare sulle natiche, sulle gambe, dove capitava.

Che la vedessero pure, dalla portafinestra, le brave mogliettine che rientravano cariche di spesa, che vedessero. Le lacrime cominciarono a scenderle e non per il dolore, non all'inizio per lo meno. Continuo' imperterrita a colpirsi mordendosi l'altra mano per non urlare, e continuo' fino a che le gambe non le si aprirono per il dolore e il braccio intorpidito non le ubbedi' piu'.
Allora si accascio' a terra singhiozzando, stordita. A carponi, lasciando a terra una strisciata rossa, si trascino' fino al bagno.


7 anni prima

"Immagino ci sia un limite diverso per ognuno. Io il mio lo conosco. Il limite di quando ti dici ok, non si puo' andare avanti cosi', bisogna fare qualcosa, bisogna assolutamente uscire da questo tunnel nero di tristezza e pessimismo. Lo so quando raggiungo quel limite li' perche' sono in quello stato in cui piango diverse volte al giorno per motivi del tutto futili, in cui non riesco a sorridere a nessuno, in cui ho in testa solo pensieri orribili e scenari apocalittici.

Sono in quello stato in cui mi disprezzo e arrivo a pensare di farmi del male.

Ecco, ho deciso che quel livello li' e' il mio limite piu' basso, quello sotto il quale non voglio scendere perche' ho paura che ad un paio di passi ci sia la depressione.
Sono arrivata due volte cosi' in basso, nella mia vita, ma sono comunque riuscita a non restarci troppo. Un po' mi ci sono crogiolata: anche la tristezza fa bene, mi dicevo, come la febbre; poi ho capito che dovevo tornare su, che l'aria non mi sarebbe bastata, altrimenti.
Tutto questo per dire che no, non sono a quel livello, adesso.
Ma sono abbastanza in basso.

L'altro giorno ho rotto un tazza a cui ero affezionata e mi sono accasciata sul lavandino a piangere come una scema. Mentre asciugavo il te' per terra mi dicevo, attenta. Attenta.
E oggi sotto la doccia mi sono ritrovata a guardare le piastrelle, a guardarle intensamente e da vicino. A parlare come se avessi avuto davanti qualcuno, ad immaginare un dialogo intero, di quelli che potrei mettere in un racconto e farlo sembrare autobiografico. Ma non era per trovare idee, che lo facevo. Era per vivere, anche se in modo distorto, un'emozione.

Sentirne cosi' tanto il bisogno da doverla recitare.

L'ho sempre fatto, a dire il vero, ma nella mente, in quei sogni ad occhi aperti che si fanno nella sala d'attesa dal dottore; o scrivendo, quando ci si rende conto che i sogni sono delle storie, in fondo, e che potrebbero interessare qualcuno. Si, l'ho sempre fatto.
Ma quando arrivo a sussurrare per *davvero* alla parete le parole che vorrei dire e quelle che vorrei sentirmi dire, a socchiudere gli occhi e leccare la piastrella disegnando una scia lenta di saliva, quando arrivo a lacrimare di emozione per questo niente... so' di essere abbastanza in basso, nella scaletta dell'umore.
E ho l'impressione che si scenda in fretta, da un certo punto in poi; e' come se da quel punto fosse piu' facile, sempre piu' facile, arrivare in fondo."



Data creazione: 17/01/2007 @ 18:56
Ultima modifica: 17/01/2007 @ 22:34
Categoria: 2006|Racconti
Pagina letta 3234 volte


Anteprima di stampa Anteprima di stampa     Stampa pagina Stampa pagina


Commenti:


Commento n° 1 

da Lupobigio il 16/06/2007 @ 10:38

So esattamente di cosa stai parlando, io lì ci sono stato. Se ne può uscire, si, si può, non come prima, ovvio, come una crisalide da un bozzolo, quando esci hai l'esoscheletro e dopo non ti fa più male niente...il cuore si è spento, il prima non esiste più e il dopo non c'è, ma si vive.



Questo sito contiene scritti EROTICI che possono contenere linguaggio esplicito e argomenti scabrosi.

Se pensi che ciò possa darti fastidio, non proseguire.

Newsletter
Per ricevere informazioni sulle novità di questo sito, puoi iscriverti alla nostra Newsletter.
Iscriviti
Cancella l'iscrizione
130 Iscritti

Immagini
giulia

Ricerca





Torna in alto


- le pagine di giulia -
progetto, realizzazione e proprietà intellettuale di giulia; disegno e grafica del titolo di Rachel Barnacle

Banner_micro.jpg


dal 20.03.07: