| 05.04.06
Paolo si guardava le mani seduto sul letto, le ginocchia unite e le dita posate sulle rotule, incerto fra il riso e il pianto. Anzi, fra una risata che alleviasse la tensione e un'esclamazione di sgomento. Le belle labbra erano solite piegarsi facilmente sia nell'una che nell'altra espressione.
Se ne stava fermo senza pensare cercando di capire se gli sarebbe stato possibile, stando immobile in quella posizione, abituarsi all'idea. Prima o poi il cazzo avrebbe smesso di pulsargli nei pantaloni, di certo, e allora avrebbe potuto decidere il da farsi. Alzo' il torace in un sospiro: c'era ben poco da decidere.
Tanto per cominciare poteva levarsi le scarpe e muovere le dita dentro i rassicuranti calzini di spugna. Poggiando i polsi sul bordo del letto si dondolo' pensoso un paio di volte (doveva lavarsi e profumarsi). Stava sorridendo, si accorse. Un sorriso compiaciuto che fece finta di non avere.
Il bagno non creava problemi, avrebbe cominciato da li', visto che doveva lavarsi e profumarsi. Profumarsi. Paolo temeva di sapere cosa intendesse, con quella parola, ma fece finta di niente e ando' a riempire la vasca canticchiando. Come se nulla fosse.
Poco dopo, immerso nell'acqua, mosse la mano sul cazzo assecondando la voglia che gli montava dallo stomaco, a piccoli ma inesorabili passi. Si fermo' (sapeva di non dover venire adesso) per lavarsi con abbondante sapone (in ogni piega della carne).
Si avvolse nell'accappatoio e usci' dall'acqua con un languore che non aveva nulla a che fare con la temperatura dell'acqua. Fece scorrere il dito sulle boccette di profumo allineate sulla mensola; oltrepasso' quelle della sua compagna e prese senza convinzione l'unico che usava ogni tanto. Si blocco' con la mano a mezz'aria, un pensiero scomodo che gli girava in testa (doveva lavarsi e profumarsi). Poso' la boccetta e torno' indietro verso quelle da donna soffermandosi a leggere le etichette mentre le sfiorava con il polpastrello. Ne prese una di vetro rosso dal nome evocativo e dalla bella forma sinuosa; senza neanche odorarlo lo spruzzo' sui polsi, dietro al collo e sul torace. Un secondo per convincersi (si vide con i suoi occhi) poi aiutandosi con l'altra mano riservo' l'ultimo spruzzo al solco fra le natiche. Dio cosa mi fai fare, penso' (c'era ben poco da decidere).
Si mosse e quell'odore inequivocabile di donna lo segui', fedele, fino in camera da letto. Era lui a profumare cosi', si ripete', e fu come una scossa dritta nel cervello; il cazzo gli torno' duro all'istante (ma a questo era abituato, con lei).
Tiro' fuori dall'armadio pantaloni e maglietta puliti allineandoli sul letto con cura. Fini' di asciugarsi, meticolosamente, si dette persino un colpo di phon alla nuca poi, esauriti i diversivi, si sedette sul letto e guardo' la busta gialla che era arrivata quella mattina per posta allegata ad una lettera. Doveva decidersi a svuotarla.
Prima aveva solo sbirciato all'interno - per cosi' dire - richiudendola con un tuffo al cuore non appena intuito il contenuto e ritrovandosi, appunto, seduto a guardarsi le mani (ma sapeva cosa doveva fare). L'odore dolce e speziato che proveniva dalla sua stessa pelle gli saturava le narici mantenendolo in uno stato costante di eccitazione, ma a questo era abituato, con lei.
Rovescio' il contenuto della busta sul copriletto, una mano che si muoveva sul cazzo nell'inutile tentativo di calmarsi. Crollo' a faccia in giu' sul nylon e sul pizzo che ne uscirono, a sussurrare degli oddio sommessi e a respirare odore di donna, di intimo. (Aveva detto che l'avrebbe fatto...) A inebriarsi dell'odore di lei e a pensarla con un'intensita' che lo spevantava, quasi (questo era quello che lei desiderava).
Sapeva di non dover venire adesso, tuttavia si fece scorrere una calza lungo il corpo nudo soffermandosi sul cazzo, girandosela attorno e masturbandosi. Smise a fatica (c'era ben poco da decidere). Fece un bel respiro e comincio' da quella calza, come era scritto, tenendola con due mani e infilando i pollici dentro fino ad averla tutta nei palmi, poi svolgendola delicatamente a partire dalle dita dei piedi - che subito gli apparvero estranee racchiuse dal velo nero. Arrivato in cima maledisse la fascia di silicone che si attaccava dolorosamente ai peli mentre la sistemava.
Il suo riflesso nell'angolo del campo visivo, poco piu' di una sagoma sulla porta dell'armadio, gli fece comunque venire il cuore in gola. Mosse veloce la mano sul cazzo, senza garbo, fino a stordirsi di eccitazione e smaltire la vergogna che gli bruciava dentro. Questo era quello che lei desiderava. Visualizzo' il suo volto dietro gli occhi socchiusi poi passo' all'altra calza, scoprendosi gia' piu' abile.
Prese lo slip: un perizoma di pizzo che dovette rigirare fra le mani piu' volte prima di capirne il verso. Non doveva fermarsi a riflettere (a lei sarebbe piaciuto) (questo era quello che lei desiderava).
Il perizoma indossato ad occhi chiusi, quasi. Il cazzo rigido, abbracciato ma neanche lontanamente contenuto dall'elastico delicato, ne staccava il bordo dal ventre. Osceno. Indeciso fra il morire di vergogna e il venire senza ritegno si costrinse a guardarsi allo specchio - come doveva fare - e si vide coi suoi occhi. A lei sarebbe piaciuto, solo questo contava.
Rimaneva solo una specie di canottiera di pizzo, un corpetto, quasi. Infilo' anche quello velocemente come si inghiotte una medicina amara. Si sentiva assurdamente ridicolo (osceno) ma sapeva cosa doveva fare e allungo' piano un mano a sfiorarsi una caviglia. Stupito dal piacere che ne ricavava si arrese carezzandosi a lungo, godendo della sensazione delle dita sul nylon: diversa dal solito, piu' maracata, piu' acuta, forse femminile.
Mordendosi un labbro si lascio' andare sul letto e risali' l'interno coscia con volutta', quasi. Si strinse le palle (come era scritto), e toccare il pizzo che le racchiudeva a stento gli provoco' una sorta di emozionante sdoppiamento, come se stesse toccando lei, i suoi indumenti, la sua fica, ma sentisse le carezze su di se' (dio, cosa mi fai fare).
Aveva una voglia fottuta di farla finita e godere ma non poteva (lo stava aspettando), doveva tenere lo sperma per dopo, quando lei lo avrebbe fatto venire nelle mutande e rispedito a casa cosi', sporco e appiccicoso. Aveva detto che l'avrebbe fatto...
Con un gemito sommesso si inginocchio' (sapeva cosa doveva fare) e prese a strusciarsi sul materasso, sicuro che lei gli avrebbe fatto raccontare tutto di questa vestizione, per filo e per segno, ascoltandolo con occhi avidi e un vago sorriso. Di nuovo dovette fermarsi (doveva tenere lo sperma per dopo).
Con mani ormai tremanti e spasmi di desiderio nelle viscere fini' di vestirsi; i pantaloni che non ne volevano sapere di chiudersi, le calze che gli davano fastidio e la striscia di stoffa nel solco delle natiche che gli strofinava l'ano ad ogni movimento, impedendogli di pensare ad altro (in ogni piega della carne).
Quando usci' dal portone nella luce azzurrognola del tardo pomeriggio, le guance in fiamme, gli sembro' che tutti si voltassero a guardarlo, che tutti sapessero che era vestito da puttana, profumato come una puttana, e che stava andando a farsi sbattere (si vide con i suoi occhi) (solo questo contava).
Un piede davanti all'altro, guardando basso (dio, cosa mi fai fare), si costrinse a camminare. Tutto quello che doveva fare era pensare che a lei sarebbe piaciuto. Che lo stava aspettando.
Ora posa questo foglio (lo so che hai il cuore in gola), preparati un bagno e lavati. In ogni piega della carne. Poi vestiti, come e' scritto.
Il necessario e' nella busta gialla.
Data creazione: 17/01/2007 @ 18:53
Ultima modifica: 17/01/2007 @ 22:33
Categoria: 2006|Racconti
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