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2006|Racconti - E tutti quei treni che prendevo per raggiungerti

12.05.06


Le parti fra le parentesi sono tratte da "Stanza 411" di Simona Vinci (ed. Einaudi 2006)



Lui se la avvicina, una mano sul fianco, e la bacia con calma. Rebecca li guarda sorniona, appoggiata di sbieco al bracciolo.
- Quando avete finito di fare i piccioncini me lo dite, eh? - dice.
Sara si scosta con una risata morbida che le sgorga dalla gola.
- Sei gelosa? - fa lui dall'altro capo del divano carezzandosi il labbro con il pollice.
Rebecca tace un attimo poi mette una mano sulla nuca dell'altra, fra i capelli, stringe e tira indietro; Sara esala un piccolo 'mh' e rimane li', in attesa, il collo esposto come un agnello sacrificale.
Rebecca lascia passare i secondi.
- Non ne ho motivo, come vedi - dice senza staccargli gli occhi di dosso.

(La prima volta che ci siamo visti, abbiamo camminato. Due ore in tutto. Quasi mai gli occhi negli occhi, piuttosto, occhi rivolti alla citta', la tua, per me del tutto nuova e incomprensibilmente familiare.)

E' la sua ragazza, Sara. Di lui.
E' stata anche quella di Rebecca, diversi anni fa, in un'estate torrida e fuori dal mondo passata a consumarsi sul letto di un albergo in centro, dietro gli scuri socchiusi, e a girare per la citta' come turiste. Poi e' finita, naturalmente, perche' tanta perfezione non va d'accordo con la vita, ma continuano a vedersi quasi ogni estate, per qualche giorno.
Ieri, attaccando il telefono felice, le ha detto che sarebbe venuto anche lui, finalmente.
- Ah che bello. Allora io vado via domani.
Ha detto Rebecca smettendo di disfare la valigia.
- Scherzi?? Non ti azzardare neanche!
- Ma dai, vi lascio un po' di intimita'...
Aveva insistito un po' ma non c'era stato niente da fare.
- Non se ne parla neanche. Al massimo - aveva concluso Sara strizzandole l'occhio - sentirai qualche gemito di notte ma dai, non credo che ti scandalizzerai!
Certo che non si sarebbe scandalizzata.
Aveva riso e aveva risposto con una battuta, come da copione:
- Conoscendoti sentiro' le tue urla, altro che gemiti!
E aveva cercato di sorridere alla sua linguaccia.
Quante smorfie che faceva Sara.

A lui aveva mandato un sms poco dopo, erano mesi che non cercava il suo numero in rubrica.
- Cosa sa Sara di quel niente che c'e' stato fra noi?
- Niente, appunto
Le aveva risposto lui.

(Eravamo appena usciti da un bar dove due signore anziane, molto eleganti, sedute di fianco a noi, avevano continuato a guardarci per tutto il tempo mentre sorseggiavano una cioccolata in tazza. Forse ricordavano la loro giovinezza, i primi appuntamenti con uomini ormai sbiaditi nella memoria, e cercavano un appiglio, un pomeriggio, una frase, un gesto. O forse eravamo davvero noi ad essere molto buffi: imbarazzati, tesi, le guance arrossate per il freddo.)

Qualche ora fa e' arrivato un po' in ritardo, annunciato dal citofono e dallo sguardo acceso di Sara.
- Mi elettrizza, ti giuro.
Le ha detto alzandosi dal tavolo in una nuvola di profumo per andare ad aprire.
Dalla cucina Rebecca ha sentito i loro ciao amore, il fruscio della camicetta smossa di Sara, la sua risata, i passi irregolari di chi si bacia ogni tanto, nel percorso, e vorrebbe deviare per la camera da letto.
- Ma ciao.
Le ha detto lui entrando in cucina e avvicinandosi con una vaschetta di gelato in mano.
I suoi occhi quasi non se li ricordava piu'.
- Hei, ciao, come stai?
Ha detto lei porgendo la guancia.
Sara si e' precipitata ai fornelli ridendo.
- Cavoli, il sugo!
Loro due non hanno partecipato alla risata e si sono scambiati un'occhiata dietro di lei, per poi sorriderle. A lei, a Sara.

(Ti ho solo abbracciato. E l'ho fatto di nuovo, in stazione, prima di salire sul treno che mi avrebbe riportata alla mia vita, lontana da te. C'erano i cappotti, i maglioni, le magliette. Attraverso tutti quegli strati ho sentito solo che sei magro, ma solido. Nient'altro. Della pelle non so ancora niente. Della consistenza, del calore, della densita', dell'odore.)

Sara ha parlato tutto il tempo, mentre metteva su l'acqua, mentre apparecchiava. Ha raccontato di se', ha chiesto di loro. Hanno mangiato trenette al sugo e arrosto di maiale. Rebecca ha faticato a finire le porzioni e si e' divertita a guardarla, cosi' allegra, inevitabile perno attorno a cui tutti si trovavano a ruotare, standole vicino. Persino lui, nonostante facesse di tutto per nasconderlo, aveva gli occhi di uno che si era perso dietro la sua splendida follia, e parecchio.

Poi Sara si e' allontanata per prendere il gelato e loro sono rimasti soli, a rigirarsi le posate fra le dita.
- Ce la stiamo facendo no?
Ha chiesto lui senza guardarla.
- Certo. Come sempre.
Silenzi. Sguardi che corrono verso la cucina.

(La seconda volta ci siamo seduti sulle panchine di un parco pubblico desolato.)

- Come stai?
Di nuovo lui, stavolta guardandola.
- Mai stata meglio.
Ha risposto piu' dura di quello che avrebbe voluto.
- Dico sul serio.
- Anche io.
- Vaffanculo... non sei cambiata per niente.
Le ha sussurrato con voce innaturale tornando a guardare la tovaglia.
- Cosa ti aspetti, che ti parli di me mentre mangio il gelato con la tua ragazza?
- Non e' quello il problema e lo sai benissimo.
- Ah no? E qual'e' il problema allora, dimmelo tu!
- Il problema e' che non dici mai un cazzo, come al solito.
Come fai a dirmi questo, avrebbe voluto dirgli, come fai a dirmi questo proprio tu.
- Non mi sembra il momento adatto.
Ha detto invece.
- Vedi che continui a scappare, a cambiare discorso? Cristo, mi fai venire voglia di picchiarti!
Ha detto lui sbattendo la posata sul tavolo.
Rebecca si e' sforzata di respirare ma l'aria le e' uscita a scatti.
- Ok. Smettiamola, basta.
- Ma si, affanculo.
Ha detto lui mentre si alzava di scatto e la lasciava li'.

(Siamo due che diventeranno amanti. E' evidente. E gli amanti vorrebbero slanciarsi l'uno nelle braccia dell'altra, sparire carne nella carne, pensieri dentro pensieri, e invece ergono muri, vorrebbero farsi liquidi e diventano sasso.)

Rebecca si e' appoggiata allo schienale; sapeva perche' era andato di la', da Sara: aveva la sua stessa urgenza, la sua stessa voglia, come era sempre stato.
Immobile, e' rimasta con le mani sulla tovaglia colorata ad ascoltare le risatine sommesse di Sara in cucina, il rumore dei cucchiaini posati sui piatti, il tono di lui dolce, adulatorio, poi duro, improvvisamente. Le pareva di vederli gli occhi di lei farsi laghi di desiderio in un istante.
Fruscio di gonna alzata, il rumore secco di uno schiaffo.
Sara aveva tentato di ribellarsi mormorando qualcosa ma lui non le avrebbe lasciato alcuna scelta, era ovvio. Era quello che avrebbe fatto lei. Non puoi cedere, non in quei momenti.
La sequenza era quasi scontata, non c'era tempo per stupirla con cose nuove, si trattava solo di ricordarle il suo ruolo, metterla a novanta gradi sul lavello e scoparsela, il cazzo duro da far male.
Si'. Era esattamente quello che avrebbe fatto anche lei, in quel momento, potendo.

(Ho guardato il cielo pallido, velato di foschia, e ho pensato che questa citta' ti somigliava moltissimo, che come te era calma e gentile, ma anche segreta, e che probabilmente nascondeva un'anima violenta.)

Mugolii come di cose dette in un bacio.
Poteva quasi vederla Sara che si tirava su senza farlo uscire, che si inarcava e si piegava indietro pur di avere quel bacio.
Rebecca ha sorriso incrociando le gambe sotto al tavolo. La conosceva, sapeva che questo le piaceva, lo faceva sempre anche con lei. Essere presa da dietro e baciare. Duro e morbido, cattivo e tenero. Sara che adorava i contrasti.

Un attimo dopo e' sbucata dalla cucina, da sola. Cosi' bella senza rossetto, col vassoio in mano e il gelato un po' squagliato nelle coppette. Forse erano passati solo due minuti, un tempo ancora giustificabile che non avrebbe richiesto alcun commento.
- Eccomi, ci ho messo un po'!
Ha detto invece con un sorriso largo che diceva tutto.
- Ho approfittato per andare in bagno.
- Oddio, e' un po' imbarazzante. Hai sentito qualcosa?
- Non me lo chiedere.
Ha detto Rebecca con tono leggero.
Sara si e' coperta il volto con una mano, ridendo.

(Ho voluto bene ad altri uomini, ho passato molto tempo con loro - sono una donna che non puo' stare del tutto senza uomini, questo l'ho capito abbastanza presto - e con loro ho fatto l'amore, viaggi, ho condiviso molte cose, ma non li ho mai amati, ne' mi sono illusa su questa assenza d'amore.)

Poi si e' trattato solo di tornare persone normali.
Far finta di niente, regalare anche a lui un'occhiata di sfuggita ma tornando a guardare Sara che posava le coppette sul tavolino basso di fianco al divano.

- Allora, vi sedete o no?
Sara si e' accoccolata per terra su un grande cuscino facendo un gesto con la mano come a dire "dai, sul divano mettetevi voi". E loro si siedono il piu' lontano possibile, quasi abbarbicati ai braccioli.
Far finta di niente.
Parlare, raccontare, guardare lei, per lo piu'. Mangiare il gelato e cercare di essere simpatici e disinvolti.

(L'amore non c'era piu', nella mia vita. L'avevo conosciuto e perso per sempre. Non avrei permesso a niente e nessuno di toccarmi cosi' in profondita'. La mia ferita era suturata, una cicatrice orrenda che mi correva dentro, dalla testa ai piedi. Ero una bambola di pezza rattoppata dall'interno. Nessuno ha mai visto questa ferita. Nessuno l'ha mai nemmeno sfiorata.
Tutte queste parole che ho appena scritto, sono vere, e allo stesso tempo sono bugie: l'amore sa travestirsi, convincerti di essere qualcos'altro. Si rivela a distanza d anni, in un gesto che credevi di aver rimosso, in lacrime che ti sembravano poco sincere, in volti che hai creduto di poter dimenticare.)

- Dai, vieni qui vicino a me.
Ha detto lui dopo un po' facendo pat pat sul divano.
Sara si e' alzata ed e' andata a sedersi vicino a Rebecca invece, coscia contro coscia, girandosi verso di lui con uno sguardo di sfida.
Sara con la gonna corta che le scopre le gambe.
E loro due a ridere, a guardarlo e a ridere.
- Beh. Peggio per te.
Ha detto lui con uno tono indecifrabile.
- Cosa mi dai se vengo li'?
Ha detto Sara appoggiando la schiena al petto di Rebecca.
Rebecca le ha circondato la vita con le braccia.
- E cerca di non essere volgare!
Ha riso di nuovo Sara.
- Io non sono mai volgare.
Ha obiettato lui serio.
- E non ho bisogno di prometterti niente per farti venire qui.
-Attento - E' intervenuta Rebecca posando il mento sulla spalla di lei, guardandolo immersa nei suoi capelli.
- Questa e' una gatta selvatica. E graffia, se vuole.
Lui ha allungato una mano attraverso il divano, l'ha posata sul ginocchio di Sara ed e' risalito, lento, sotto la gonna.
- Lo so bene.
- Hei!
Ha esclamato Sara, ma si vedeva che era tanto per dire: la testa le si e' piegata indietro poggiandosi sulla spalla di Rebecca.
La mano di lui si e' fermata.
C'e' stato un attimo di silenzio assoluto.
Sara aveva gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra. Loro due si sono guardati.

(Dal primo momento, ci siamo detti la verita'. Ed e' precisamente su questi due punti inconciliabili che la nostra storia ha avuto il suo inizio. Inizio che conteneva in germe la sua fine. Forse ce ne siamo accorti subito, immediatamente li', quel pomeriggio, su quel corso pieno di gente, o forse abbiamo fatto finta di non capire e abbiamo posto quel barlume in un luogo nascosto della coscienza perche' di guardarlo, in quel momento, non ne avevamo nessuna voglia.)

Rebecca le ha posato un bacio nell'incavo del collo.
- Mmmh, che bello.
Sara ha sospirato e lei l'ha baciata di nuovo lasciandole un piccolo morso.
Senza staccare le labbra gliene ha dato un altro insinuandosi sotto il colletto aperto della camicia, sull'osso.
La mano aperta di lui e' avanzata su per la gamba.
- Oddio...
Ha mormorato Sara sorridendo di piu' con gli occhi ancora chiusi.
Per un po' sono rimasti li' senza che niente si muovesse, solo i loro corpi ondeggiavano al ritmo dei respiri.

(Certo e', che per tutto il tempo che e' durata la nostra storia sempre li' siamo tornati a battere il martello, ciascuno ripetendo la sua verita' inconciliabile con quella dell'altro.
Gli inizi raccontano gia' tutto, a saperli, e volerli, guardare.)

Poi Sara si e' rimessa dritta infilandosi una ciocca di capelli lisci dietro l'orecchio e ha guardato un po' uno un po' l'altro con occhi accesi e neri.
Rebecca le ha sorriso senza sapere cosa dire.
Lui le ha messo un braccio intorno alla vita, l'ha tirata a se' e baciata con calma.

Ed e' ora che Rebecca chiede quando la smetteranno di fare i piccioncini.
- Sei gelosa? - fa lui dall'altro capo del divano.
E' ora che Rebecca le tira la testa indietro e Sara esala un piccolo "mh", il collo esposto come un agnello sacrificale, in attesa.
- Non ne ho motivo, come vedi - dice Rebecca senza staccargli gli occhi di dosso.
Stringe la presa sui capelli di lei con uno strattone e si avvicina. La lecca sotto l'orecchio, piccoli colpi in punta di lingua. Sara geme, allarga le ginocchia e spinge avanti il bacino.
- Questo ti fa sentire bene, vero?
Chiede lui freddo.
Rebecca la lascia e si appoggia al bracciolo.
- Questo cosa?
- Questo potere, cretina.
Sara spalanca gli occhi e si gira a guardarlo.
- Si, parecchio.
Risponde Rebecca.
- Accomodati, allora.
E indica Sara con un cenno del capo.
- Non mi serve il tuo permesso.
- Giusto. La vuoi sedurre? E' questo che vuoi?
- Smettila.
- Vuoi sedurre anche me? Guarda che sei gia' a buon punto, non ti fermare.
Rebecca e' immobile.
- Sei brava in queste cose, no?
Continua lui.
- Certo.
Dice lei. Il resto non e' che un sussurro.
- Come te. Sei bravo anche tu.
- Basta con questa storia! - dice lui raddrizzando la schiena e alzando un po' la voce. - Non siamo uguali per un cazzo, io e te!
Rebecca ha come una contrazione nel ventre.

(Il punto, era il controllo. Era scattata tra noi quella trappola micidiale che presto o tardi scatta in tutte le coppie: il tentativo di fondersi, di annullarsi l'uno nell'altra, e di fronte alla resistenza che ciascuno nutre per il dissolversi della propria corazza, il conseguente tentativo di disintegrare quella dell'altro, raderlo al suolo, mangiarselo, farlo fuori a morsi, per meglio inglobarlo dentro di se' e renderlo inoffensivo.)

- Dai, dillo. Lo so cosa stai pensando.
Dice lui.
Rebecca non riesce quasi a parlare.
- Ah si?
- Dillo, cazzo. Dimmi qualcosa, una volta tanto!
Rebecca inghiotte saliva e parole.

(Di nuovo avevo la sensazione che nessuna persona al mondo fosse mai stata tanto vicina al mio nucleo, una sensazione di ineluttabilita', di destino, e allo stesso tempo, uno strappo continuo che mi faceva sanguinare. Tu eri la mano che entrava dentro di me come sembrano fare le mani dei guaritori filippini, senza bisogno di bisturi, soltanto facendo pressione sulla carne, ma eri anche incapace di gestire quel potere, tanto quanto io ero impotente di fronte all'avanzare delle tue dita dentro i miei tessuti: se ti avessi lasciato continuare sarei morta dissanguata.)

Sara li ha guardati fin'ora girando la bella testa, come uno spettatore a una partita di tennis.
- Ehi. Basta! Dai, basta! Ma che vi prende?
Esclama alla fine.
- Niente.
Dice lui secco.
- C'e' qualcosa che dovrei sapere?
- No.
Fa Rebecca.
- Come sarebbe a dire no?
- Sarebbe a dire no.
- Ma...
Rebecca le posa una mano sul petto, la spinge con poca grazia fino a farla appoggiare allo schienale.
- Zitta, stai zitta.
Le insinua una mano nella scollatura, soppesa, stringe senza gentilezza poi apre due bottoni con dita che controlla a stento, le scopre il reggiseno.
Sara fa un respiro, uno solo. Inspira, espira.
- Ah.
Dice.
- Ecco, da brava, fatti fare, cosi'.
- Scopami allora.
Dice Sara passandole una mano sulla faccia.
Rebecca scuote la testa e incolla la bocca alla sua, una mano stretta intorno al viso a deformarle i lineamenti, l'altra a tirare giu' anche le coppe, a farle sgusciare fuori il seno e lasciarla cosi', vestita e oscena insieme.
- Fammi vedere quello che sai fare. Con lui.
Dice in un fiato.

Sara con gli occhi neri di desiderio che dice solo:
- Si.
Poi cambia inclinazione della schiena, si appoggia contro di lui, lo cerca con tutto il corpo, si lascia baciare e palpare.
Rebecca mette i gomiti sulle ginocchia, si passa le mani fra i capelli.

Sara le da' le spalle, messa cosi' di traverso sul divano, la schiena che si irrigidisce, si abbandona e sussulta seguendo docile le parole di lui.
Si parlano nelle bocche. Sibilano, sputano fuori insulti e oscenita', si sfidano. Lei e' bravissima a far perdere la testa. Lui la sta caricando di tensione e voglia per poi liberarla.
Che nel volo libero, ma controllato, Sara da' il meglio di se'.

Cosi' Sara striscia giu' dal divano morbida come una bambola di pezza, finisce per terra, gira in tondo sul tappeto a quattro zampe graffiandosi le ginocchia, si solleva la gonna fino alla vita, lo provoca con uno sguardo da lupa e da puttana.
Lui allarga la gambe toccandosi.
Lei gli apre la cerniera, lo tira fuori e se lo fa sparire in bocca, incitata dalle sue parole, dalle sue mani che la colpiscono; come una tigre in gabbia tenuta a bada dalla frusta.

Rebecca la guarda, immobile. Non stacca gli occhi dai capelli che le cadono continuamente davanti come una cortina di velluto nero, dalle guance che si gonfiano e si svuotano, dalle labbra che diventano sottili e piatte quando arriva in fondo, nel punto piu' largo, e riacquistano colore e dolcezza quando scorrono sulla cappella, appena prima di aprirsi e mostrare la lingua piena di saliva.
Da qualche parte, Rebecca lo immagina, deve esserci la voglia di andarle dietro, di metterle due dita dentro e frugarla, oppure di accovacciarsi di fianco a lei, leccarlo insieme, incrociare le lingue sulla sua pelle tesa.
Invece non riesce a muovere un muscolo, i pensieri azzerati, un eco di dolore che ancora la stordisce. Girata verso di loro osserva il loro perdersi nelle parole, nei gesti. E sono le loro parole, i loro gesti.

(La luna ormai e' davvero scomparsa. All'improvviso, dopo la fase calante, tutte le volte e' come se non ci fosse mai stata. Non ci si accorge piu' che e' li', da qualche parte, dietro gli alberi, i tetti delle case. Non viene neanche piu' di cercarla. Ci si rassegna.)

(Dovro' fare cosi'. Smettere di cercare le tue tracce in questo letto d'albergo. Non e' rimasto niente.)

Poi Sara si tira su, in ginocchio fra le gambe di lui, e allunga una mano. La tira a se', la bacia con le labbra gonfie, il mento bagnato di saliva, impregnata del suo odore e del suo sapore.
Rebecca la lascia fare. L'erezione di lui a poca distanza dalle loro bocche e' come un rumore assordante che copre ogni altra cosa. La lascia fare anche quando lo prende per la camicia e attira anche lui in quel centimetro cubo di follia dove adesso si contendono la sua bocca, si sfiorano per mancanza di spazio, si ignorano, ridicoli.
Sara li forza per la nuca e li spinge uno verso l'altro, labbra su labbra.
- Siete cosi' belli...
Dice sfiorandoli in un bacio prima di scendere giu', di nuovo, sinuosa.

Sono immobili, loro due, si respirano solo nelle bocche socchiuse. Un gemito breve e secco esce dalle labbra di lui quando Sara glielo riprende in bocca ed e' come un segnale, come un freno levato di colpo a una macchina in discesa.
Le mette le mani intorno al viso, le posa un bacio morbido sulle labbra nell'unico istante di tregua che si concedono.
Poi c'e' solo urgenza e forza, e migliaia di cose non dette e di schiaffi mai dati che si riversano in quell'unico bacio. Si baciano con foga premendo le bocche, segnandosi le labbra coi denti, succhiandosi le lingue, in apnea, cercandosi le spalle e il collo con le mani, aggrappandosi ai vestiti.
Violenti, disperati.

E' lui a staccarsi, a spingerla via quasi. Si schianta contro lo schienale e tira fuori un grido animale.
- Aaaahhh, Sara! Dio...
Allunga entrambe le mani sulla testa dell'altra, se la spinge contro, ce la tiene fino a farle venire i conati, la tira su di forza, dai capelli, le violenta le labbra mescolandole il rossetto con la bocca avida poi di nuovo la porta giu', a farsi succhiare via l'anima.

(In fondo, di te non so niente. Non si sa mai niente di nessuno.)

Rebecca si alza e indietreggia contro la parete; le basterebbero pochi passi per andarsene. Basterebbero pochi passi ma lui si gira e la guarda e il suo sguardo e' come un laccio che la tiene li', ancorata a quel piacere che la scioglie da dentro come un acido.

(Meglio vivere cosi', come vivo ora, come ho sempre vissuto, senza squarci, senza niente di troppo vicino agli organi vitali, oppure morire dissanguati? Non lo so, e' per questo che ho scelto la via di mezzo: lasciarti avanzare di un millimetro poi allontanarmi. Ma naturalmente non e' servito, all'amore ripugnano le vie di mezzo. Vuole bruciare. Vuole tutto e subito, anche a rischio di estinguersi.)

- Resta.
La voce di lui e' solo una vibrazione dell'aria, un rumore appena piu' nitido degli altri, un rivolo di piacere che le spiana le rughe in mezzo alla fronte.
Mai si erano guardati cosi' tanto come stasera.
Si guardano mentre il piacere di lui sale, mentre respira con la bocca chiusa e cerca di resistere e poi cede, di schianto, nella bocca di Sara.

(Hai gli occhi chiari. Un colore bellissimo. Il cielo di marzo quando e' limpido, ma ancora freddo. Giornate strane, che potrebbero di colpo diventare neve. Azzurro. Ma anche grigio.)

Si guardano senza sbattere le ciglia fino a lacrimare, per tutto il tempo, per tutto il suo urlare il nome di lei, di Sara, e tutti gli appellativi osceni con cui la chiama di solito, mentre gode spingendo in alto il bacino in sussulti violenti.
E ancora lui non sposta lo sguardo da Rebecca, neanche mentre gli restano solo gemiti rochi per placarsi, e Sara ingoia il suo sperma e lo lecca con calma, dalle palle a risalire lungo l'asta ancora dura. Eppure sarebbe un bel vedere.

Si guardano e a Rebecca viene su un sorriso piccolo piccolo, sgorgato da chissa' quale perversa e contorta e impalpabile soddisfazione.
- Vado a fare la valigia.
Dice pianissimo, del tutto fuori luogo. Poi si gira e cammina lenta verso la sua stanza, una mano che sfiora il muro.



Data creazione: 03/01/2007 @ 17:28
Ultima modifica: 28/11/2008 @ 20:47
Categoria: 2006|Racconti
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Commenti:


Commento n° 1 

da lucignolo il 16/06/2007 @ 11:35

....chi sei che scrivi così bene, così forte, così intenso? letto 1142 volte e nessun commento. Eppure a me verrebbe voglia di scrivere un altro racconto solo per commentare questo. Quanta tristezza...quanta ruvida aspra agonia della vita...quanto male ti...ci hanno fatto? ma io non sono morto, io combatto, mi lecco le ferite, in un angolo e aspetto...aspetto...e poi via di nuovo a combattere, sempre a torso nudo esposto alle armi altrui, ma mai vinto, mai ucciso. Deporrò le armi assieme al ultimo respiro. Dice Cardarelli in una stupenda poesia...il mio destino è vivere balenando in burrasca.



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