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2006|Racconti - Venti euro

25.07.06


"Venti euro"
Alessandro continua a guardare fuori dalla vetrina, verso i pullman che affollano la piazza.
"Sono venti euro" fa il cassiere.
"Ah si, certo, mi perdoni, ero distratto".
"Eh, lo vedo, lo vedo" dice l'uomo con un sorrisetto che la sa lunga mentre calcola il resto. Alessandro gli sorride di rimando per gentilezza.
"Aspetta una donna eh? Io lo capisco sempre quando qualcuno viene qui mentre aspetta qualcuno."
"Ah si eh? Beh, e' proprio davanti al capolinea, deve capitarle spesso"
"Eh gia', eh gia'. Pero' di solito sono gli uomini che vengono - si china verso di lui con aria cospiratoria - e sa perche'?"
Alessandro lo guarda piu' attentamente: e' un uomo sulla cinquantina, non troppo magro, bassetto, una faccia simpatica e due occhiali da presbite calati sulla punta del naso.
"No, non lo so, perche'?" dice divertito.
"Perche' aspettano le amanti e sono piu' impazienti delle donne - fa l'ometto con soddisfazione - le donne magari si siedono sulla panchina ad aspettare, hanno un libro, cose cosi'. Gli uomini invece vengono qui a comprare qualcosa"
"Sbalorditivo - fa Alessandro con una punta di ironia.
"E sa da cosa lo capisco che aspettano le amanti?"
"Non vedo l'ora che me lo dica"
"Eeeehhh. Si vede da quello che comprano" confida gettando uno sguardo alla sua borsa della spesa.
"Quindi secondo lei anche io starei aspettando la mia amante?" dice Alessandro divertito.
"Eeeehhh... secondo me si'"
"Ma da cosa lo capisce? Mi interessa, sul serio"
"Aspetti un attimo. Provo a vedere se quel mostro di mia figlia si degna di venire. Tanto lei sta aspettando no? Direi che mancano ancora venti minuti buoni al suo bus."
Alessandro alza le sopracciglia sorpreso. Ventitre, per essere precisi.
"Gloria? - urla l'uomo verso il retrobottega - Puoi venire un attimo a sostituirmi?"
Una ragazzona mora alta il doppio del padre, pantaloni calati e canottiera d'ordinanza, scosta le tendine con aria seccata e scaglia un'occhiata acida al padre.
"Pa', stavo studiando!"
"Ma se si sente la musica fino a qui"
"E io studio con la musica, non lo sai?"
"E si vede infatti, quest'anno ti bocciano di nuovo"
"Pa', ma vaffanculo!"
"Eeeehhh, ci vado ci vado... Stai qui solo un attimo, fa' il favore, devo parlare con questo signore"
"Si si, vabbe', fai presto pero'" abbaia la ragazza.
Gli occhi di Gloria lo squadrano poi dal basso verso l'alto. Sono due occhi azzurri, molto belli, ma talmente scocciati da risultare odiosi.
"La ringrazio, signorina, per questa sua spontanea gentilezza, suo padre era certo di poter contare su di lei." Dice Alessandro con un mezzo inchino.
Lei lo guarda come fosse impazzito. Probabilmente pensa che ci sta provando con lei e che e' un viscido quarantenne di quelli a cui piacciono le ragazzine. Il padre ridacchia invece, cogliendo l'ironia del suo commento, e gli fa segno di seguirlo.
Fuori si accende una sigaretta.
"Le interessa ancora la mia teoria?"
"Ovviamente!" esclama Alessandro.
"Vede, - dice l'uomo guardando lontano - lei ha comprato biscotti, succhi di frutta, cioccolato, patatine, tutte cose adatte a uno spuntino nel bel mezzo della notte. - E gli lancia un'occhiata come di chi la sa lunga - Poi ha comprato uno spazzolino da denti e un dentifricio. Di solito la gente compra o uno o l'altro, perche' non finiscono mai insieme. Probabilmente ne userete uno in due, gli amanti non si schifano per certe cose. Poi, mi faccia ricordare, ha preso delle caramelle alla menta, certo, servono poco ma danno sicurezza e poi, ah, si, ha comprato anche l'olio johnson e... beh di solito chi lo usa per lavarci il bambino compra anche una confezione di pannolini, o una di omogeneizzati, cose cosi'. - Si prende una pausa per fare un tiro - Poi un altro paio di cosette sparse. Che aspettava qualcuno era chiaro, dentro continuava a guardare la stazione e l'orologio, ma non ha un mazzo di fiori, quindi aspetta un'amante, non la sua donna - lo squadra da sopra gli occhiali - e poi e' sudato" conclude tirando una linea orizzontale immaginaria con pollice ed indice uniti.
"Ma ci sono sessanta gradi all'ombra!" sbotta Alessandro con una risata.
"Eeeehhh, ma lei e' appena uscito da una macchina con l'aria condizionata, e nel mio negozio pure, c'e' l'aria condizionata. Quel sudore li' - e gli punta un dito addosso - si chiama emozione."
Decreta alla fine con aria soddisfatta, aspirando con calma.
Alessandro e' impressionato. Seriamente impressionato, stavolta. Un tipo simile sarebbe molto utile, nel suo ambiente. Doveva ricordarselo.
"Beh, complimenti signor...?"
"Beppe, mi chiami pure Beppe."
"Davvero, complimenti signor Beppe, lei ha un talento, una dote naturale! Dovrebbe sfruttarlo, dico sul serio."
Eeeehhh... Mi dica se ci ho preso, almeno"
"Guardi, si e no. Si nel senso che aspetto una persona, una donna, e andremo in albergo, come lei ha detto, no perche' non e' la mia amante, in realta'; non sono piu' sposato"
"Perbacco, questo non l'avevo considerato - si da' una gran manata sulla coscia - Eeeehhh, si impara sempre qualcosa, cavolo. Ma perche' non la porta a casa sua, allora?"
Non ha proprio ritegno, il tipo.
"Ho un ospite in casa - dice divertito - fisso. Un collega che si e' appena lasciato e non sapeva dove andare."
"Ah, ecco, certo - dice con l'aria di non credergli neanche un po' - beh, le conviene andare, il suo bus sara' in arrivo e io rientro prima che la virago mi faccia sparire tutti i clienti."
"Le dara' del filo da torcere, fra qualche tempo - fa Alessandro stringendogli la mano - e' una gran bella ragazza."
"Eeeehhh, me lo da gia', me lo da gia'..."
Dice l'ometto rientrando.
Alessandro si avvia verso la piazza pensando che strana vita deve fare quel tipo. Li, dietro un bancone, a indovinare le vite di sconosciuti basandosi esclusivamente sulla loro lista della spesa. E ci azzecca, anche.
Incredibile.

--

L'autobus sta arrivando proprio ora sotto la pensilina. Lui si ferma un po' distante e sente di nuovo il cuore accelerare i battiti. Perche' il vecchio aveva ragione da vendere, ovviamente: era emozionato mentre veniva in macchina, lo era mente comprava quelle due cazzate e lo e' ora, in modo quasi insopportabile.
La busta gli sega le dita e si sente orribile li' con quella cosa di plastica in mano, ma sorride come uno scemo col cuore che sfarfalla, e non c'e' modo di pensare ad altro mentre la cerca con gli occhi.
Per un attimo gli sembra di vederla scorrere fra i sedili e avvicinarsi alla porta. Sta gia' per muoversi quando un ragazzo le va incontro sgomitando fra il gruppo di gente che recupera le valige e la abbraccia stretta ancora sui gradini del pullman. Le prende la testa fra le mani e la riempie di baci, tanti piccoli baci sulle guance, sulla fronte, sulle labbra. Non la finisce piu'.
"Forza figlioli, le smancerie dopo - esclama l'autista - fate passare, su"
E la gente ricomincia a uscire.


Lei e' l'ultima. La vede scendere i tre gradini con la borsa a tracolla e un minuscolo trolley da viaggio. Ha l'aria un po' spaurita, che scema, crede forse che non sarebbe andato a prenderla?
Le va incontro.
"Ciao!" Fa lei vedendolo e accelerando il passo.
"Ciao!" dice lui e la solleva in aria, facendola roteare come in un film melenso.
"Oddio, mettimi giu', mettimi giu'!" Gli grida lei nel collo, piazzandogli subito un morso nel punto piu' sensibile.
"Aaahh, Arpia!"
Urla posandola a terra e stampandole un bacio sulla bocca.
"Oddio che figura di merda - dice lei - portami subito via di qui, immediatamente!"
"Agli ordini. Ti sequestro e ti porto in albergo."
"E io chiamo la polizia!"
"Non arrivera' mai in tempo... fidati"

La bacia ogni tre passi e non gli sembra mai abbastanza. Ma quanto e' lontano questo cazzo di albergo? Non vede l'ora di spogliarla e tenerla stretta, di sentire il suo corpo, la sua pelle a contatto con la sua.
Il ragazzo dietro al bancone non li guarda neanche. Prende i documenti, li registra, consegna la chiavi senza mai alzare gli occhi dalla rivista di moto che ha davanti.
"Buona serata" biascica mentre sono gia' vicini all'ascensore.

Perche' e' cosi' bello vederla? Si chiede Alessandro mentre le cammina accanto e la ascolta parlare. E perche' si sente cosi' scemo, cosi' rimbambito? A quarant'anni suonati, poi.
E lei? Perche' parla e si impappina e dice cose stupide e lo guarda cosi'?
Ecco, perche' lo guarda cosi'?
Sara.

--

Sara fa la doccia e canticchia dopo averlo fatto venire seduta su di lui, le mani che gli hanno lasciato segni rossi sul petto, il sudore che le colava nel solco della schiena.
Sara lo abbraccia e lo stringe e gli sussurra all'orecchio quanto gli e' mancato, quanto cazzo gli e' mancato.
Poi gli chiede di vedere cosa sono quei rumori fuori dalla porta.
"Vai tu, mio eroe" gli dice con voce da svampita sbattendo le ciglia.
Lui apre la porta tranquillo, nudo, e si trova davanti la ragazza delle pulizie che lo squadra da capo a piedi, per niente imbarazzata, prima di allontanarsi scuotendo la testa divertita.
Quando richiude la porta lei sta rotolandosi sul letto dal gran ridere.
"Oh. Hai visto come mi guardava? - le dice - Mi ha fatto la radiografia. Ci mancava solo che ti dicesse: complimenti sorella, gran bel pezzo di uomo ti sei trovata!"
Le crolla accanto con disinvoltura, guardandola divertito, ma lei non riesce a smettere di ridere: rotola qua e la', tenendosi la pancia, e a un certo punto si schianta giu' dal letto con un urlo, le gambe dritte a 'V' che disegnano una rapida parabola in aria.
"Hei, stai bene, Comanenci?" chiede ridendo mentre lei risale aggrappandosi al materasso come se rimontasse su un gommone.
"Certo che si" gli dice lei cercando di darsi un tono mentre si massaggia un gomito.


Sara e' leggera come un fuscello, delle volte crede che potrebbe quasi romperla, per quanto e' sottile, ma poi lei lo fa sdraiare e gli sale sopra. Gli blocca con forza le braccia sulla testa prendendogli i polsi e li schiaccia contro il lenzuolo mentre scende a baciarlo. Gli lecca le labbra e infila in bocca quella lingua lunga e larga con violenza, come se lo stesse scopando. Ed e' cosi' che si sente, Alessandro, mentre oppone resistenza con un briciolo della sua forza in un gioco che la lascia vincere, ma non troppo facilmente.
E comunque lo fa faticare, oh si, per essere una donna e' forte, decisamente.

"Non ti muovere" gli dice poi lei sorniona lasciandogli i polsi che cominciavano a formicolare. Gli bacia il volto leggera e si dirige senza esitazione verso il suo cazzo.
Alessandro contrae glutei e addominali quando la sua bocca lo tocca, ma e' solo un attimo.
"Ah, dio..." si lascia sfuggire dalle labbra.
Lo sta solo sfiorando, lingua morbida sulla cappella, piccole lappate come un gatto che beve, ma senza quella regolarita', e lui si ritrova a doverla aspettare, con la voglia quasi ingestibile di prenderle la testa e spingersela sul cazzo e obbligarla a succhiarlo, a prenderlo tutto.
Invece aspetta. Tiene a bada muscoli e cervello, si violenta e lascia che sia lei a decidere, che sia lei a fare.
Apre gli occhi e si gode lo spettacolo. Inginocchiata in mezzo alle sue gambe, fa avanti e indietro ondeggiando sulle mani, ogni volta e' una leccata, con i capelli che gli sfiorano il pube.
Delle volte si limita alla cappella, delle altre parte da sotto, dalle palle, e lo percorre tutto guardandolo con due occhi che dicono un sacco di cose. Alessandro lo sa.
"Ah, dio..." ripete allargando le gambe, piegandole appena.
Lei si china di piu' e gli lecca il culo. Piccola bastarda, lo sa cosa ha in mente, e il bello e' che non ha nessuna intenzione di impedirglielo, anzi, la invita a farlo, la istiga.
Ecco la novita'.

Si accorge di avere ancora le mani sulla testa, incrociate come se le avesse legate, come gliele aveva messe lei. Incredibile cosa gli fa questa ragazza.
Lui che e' abituato a comandare, a dare ordini, a pretendere obbedienza. E' cosi' sul lavoro, e' cosi' nella vita. Nessuno si era sognato, prima d'ora, di imporgli qualcosa. E le donne con cui aveva avuto brevi storie in questi anni erano come i suoi sottoposti: forti, ma sottomessi.
Non questa donna. Questa sottomessa non lo e' per niente, e Alessandro non avrebbe mai immaginato quanto bello fosse scontrarsi con lei.

Indurla a cedere, a fatica, e cedere lui stesso.

Il primo dito entra facilmente, ma lo fa inarcare lo stesso. Dio, e' pazzesco, non gli e' mai successo, ma vuole che lei lo faccia. Vuole che si senta libera, che si lasci andare e gli faccia tutto quello che ha in mente, tanto lo sa che dopo sara' lui a tenerla inchiodata al letto, a possederla in tutti i modi, senza sconti.
Il secondo entra gia' piu' a fatica, ma entra. La mano di lei torna a tenere le sue e sembra leggergli nella mente, visto che la tentazione di ribaltarla e fotterla comincia a diventare troppa. Ma non avrebbe ceduto, certo che no.
Con lei e' un costringersi a volere tutto questo, e' un violentarsi l'anima per non ribellarsi, lottare contro la sua stessa natura che si rifiuta, che non vuole.
Dominarsi e sentirsi dominato. Dio, che caos, ma che meraviglia, pensa.

Sara e' tornata a baciarlo, a dirgli qualcosa all'orecchio.
"Se mi riempi l'orecchio di saliva non posso sentirti, scema" le dice sorridendo.
"Oh, scusa. Ma pensavo che ti servisse un lavaggio energico, con ammollo" Fa lei pronta guizzandogli di nuovo la lingua nel padiglione auricolare.
Questa e' una cosa che gli e' capitata poche volte, con le donne. Una che nel bel mezzo di una scopata da guinness se ne esce con una battuta o che, ancora piu' raro, ride a quelle che lui e' solito fare anche nei momenti piu' sconvenienti.

Spesso lui le ghiaccia, le donne. Le vede che restano inebetite, incredule. Qualcuna si incazza pure per la sua 'mancanza di tatto', come gli ha detto una volta una. Con lei e' stato esattamente il contrario, anche la prima volta che si sono visti, la prima volta che hanno scopato, quando non e' riuscito a trattenersi e ha sparato giu' una battutaccia pesante trattenendo il fiato, subito dopo, per paura della sua reazione. Invece lei gli e' letteralmente scoppiata a ridere in faccia e lui ha sentito la sua fica stringersi intorno al cazzo per le contrazioni di quella risata. E non si conoscevano ancora quasi per niente.

O come prima. Aveva la bocca piena e frullava la lingua con quel modo morbido e caldo che aveva di fare pompini; lui le diceva delle cose, non ricorda piu' neanche cosa ma nel delirio da eccitazione gli esce uno strafalcione, una cosa davvero ridicola. E lei che fa? Sbotta a ridere con il suo cazzo ancora in bocca. E lui sente i denti che lo sfiorano mentre lei si scuote in una risata muta e quasi vorrebbe scansarla, che se continua cosi' un morso non glielo leva nessuno. Ma non si sogna neanche di farlo: e' troppo bella, troppo buffa, con la fronte poggiata sulla sua pancia, che ride con un cazzo in bocca. Quando finalmente lo lascia e lo guarda ha gli occhi che le lacrimano e scuote la testa rifacendogli il verso.
Il cazzo gli e' diventato la meta' ma dio, non si e' mai sentito cosi' bene.
Sara.


"Se hai finito di divertirti passiamo alle cose serie" le dice.
Lei gli agguanta i capelli e gli spinge la testa indietro.
"Hei, stronzetto, qui si finisce quando lo dico io" E per ripicca gli pianta anche un terzo dito dentro.
Gli esce un grugnito di dolore. Cazzo, questo si' che si sente.
"Potevi almeno lubrificarlo, eh? Bastarda" dice Alessandro a denti stretti, un bruciore al culo che se lo ricordera' per un po'.
"Povero..." lo prende in giro lei.
Comunque si abbassa e lascia colare saliva sulle dita.
"Ora sei contento? Ti piace cosi'? - lo sfida con occhi che luccicano mentre fa avanti e indietro con quelle dita - non e' che poi ti piace troppo e mi diventi una checca?"
Dio che voglia di impalarla, di aprirle quel culo sodo e mandarglielo dentro fino alla radice, e punirla per tutte queste cazzate che sta dicendo.
"Basta" Sbotta divertito. Con un colpo di reni la rigira, incurante delle sue lamentele, e la schiaffa a pancia in giu'.
Tempo due secondi e le e' sopra con tutto il suo peso. Si agita, la bella, cerca di liberarsi ma non ce la puo' fare.
"Posso tenerti giu' con un braccio solo, donna!" fa lui con voce da Rambo.
"Ma vaffanculo - ride lei - cosa pensi di fare, stronzo?"
"Non sei nella posizione giusta per insultare, troia, chiedi scusa al tuo padrone" declama puntandole un indice addosso.
Altro vaffanculo.
Dovra' segnarseli da qualche parte e farglieli pagare cari, uno per uno; al pensiero gli viene ancora piu' duro.
Le prende le mani e la stringe in un abbraccio chiudendogliele sul petto.
"Smettila di agitarti - le dice baciandole il volto accaldato - ti fara' solo piu' male se fai cosi'"
"Noooo", ulula lei agitandosi ancora di piu', un sorriso che affonda nel cuscino.
"Oh si, invece." Dio, che piacere mostruoso tenerla cosi', farle presagire quello che sara', godersi il suo timore e insieme la sua voglia di farsi fottere.
Lo appoggia al buco.
"Aspetta, aspetta" blatera lei contraendo le chiappe.
"Baby, se ti contrai cosi' a me piace di piu', ma ti farai molto, molto piu' male" Le dice con tono paziente.
"Ah, certo, adesso sono io che mi faccio male da sola eh?"
"Certo, io non te ne farei mai." Conclude serafico. E lo pensa anche, per davvero. In nessun modo.
"Non puoi prima scoparmi un po' normalmente? Ti prego..." fa lei in un ultimo tentativo di distrarlo.
"Rilassati"
"Ti prego, ti prego, dai, ti prego..."
"Non hai scampo, smettila di frignare" dice con voce suadente.
Poi le bacia la bocca e glielo dice di nuovo, dolcemente, serio.
"Rilassati, non ti faro' male, fidati"
"Oddio..." dice lei piano cercandogli le labbra, dopo un attimo.
E a lui vengono i brividi per quell'oddio, perche' conosce e sente la fatica che fa per dominare se stessa, per costringersi a cedere, per piegare l'orgoglio. E sta facendo questo per lui.

"Ecco, brava, cosi'". La blandisce, la coccola. Le sussurra cose dolci all'orecchio mentre entra sempre di piu'.
Lei ha gli occhi chiusi, serrati, e respira come un mantice.
Lui continua senza fretta, ringraziando mentalmente il suo pisello che non si scoraggia neanche di fronte a quel buco stretto come un'asola.
Torna un po' indietro strappandole un gemito di dolore, poi rientra. Un centimetro alla volta, dandole il tempo di allargarsi, lottando contro la voglia di piantarglielo dentro.
E alla fine ecco il miracolo; all'improvviso non c'e' piu' resistenza, dentro e' morbida, fluida, e anche lei sembra gemere di meno. L'ultimo tratto lo fa in scioltezza poi si ferma, a fine corsa, il bacino ormai a contatto con il culo sodo di lei.
"Ti fa meno male, vero?" le sussurra all'orecchio.
"Mhgrmm"
"Che hai detto, Java?"
"'ulo, stronzo" borbotta lei contro il cuscino.
"Aahhh, adesso e' tutto chiaro. Lo sai che prima mi ero ripromesso di farteli pagare, tutti questi vaffanculo?"
"'fanculo" dice lei sempre al cuscino.
"Anche questo lo mettiamo in conto" dice Alessandro e sposta le gambe, le fa passare all'esterno delle sue chiudendogliele in una morsa. Ora la racchiude tutta, la avvolge come un bozzolo e il culo gli preme duro contro l'inguine.
Il respiro di lei si fa piu' forte.
"Allora signorina, paga in contanti o in natura?"
"Le do' venti euro, buon uomo" fa lei fingendo sussiego.
Lui scoppia a ridere.
"Vale ben poco il suo culo, signorina, a saperlo me lo compravo, senza fare tutta questa fatica"
"Non e' in vendita!" esclama.
Dopo qualche attimo prosegue: "Ma da oggi posso affittarlo, mi sa. Ci si sta comodi in due, anche in tre, volendo." E ride. E lui dietro, a ridere come uno scemo. Due scemi che ridono in una situazione improbabile.
"Dai! - le dice dopo un po' senza peraltro riuscire a smettere - piantala che ti contrai e mi rimandi fuori"
"Se ce l'avessi piu' duro non uscirebbe, cazzone"
"Se ce l'avessi piu' duro non staresti qui a fare battutine idiote ma urleresti come la Callas il giorno del debutto" " Dai, smettila di ridere!"
"Ok, ok, basta, basta - dice lei coprendosi gli occhi con una mano - e' colpa tua"
"Comunque - dice tornando serio e riagguantandole la mano - sappilo, non c'e' prezzo per questo."
"Non c'e' prezzo" ripete quasi a se stesso.
La stringe fra le braccia, contrae i glutei e glielo spinge dentro, senza muoverlo da dov'e'. Una botta secca.
Lei sgrana gli occhi e spalanca la bocca prendendo aria.
Alessandro si sente morire di piacere, per quanto e' bella.
"Questo e' per quel vaffanculo che mi hai appena detto". Le sussurra.
Altra spinta. Stavolta lei alza il culo per andargli incontro e lui pensa Dio, c'e' da morire sul serio qui.
"Questo per quello di prima" continua sbattendoglielo in fondo un'altra volta.
Stavolta le esce un urlo strozzato.
"Non ti sarai scordata di questo" dice spingendo ancora, la voce rotta dall'emozione.
Ogni colpo le fa scattare in alto la testa, un urlo roco che le esce direttamente dalla gola per poi farla ricadere giu', sul materasso zuppo.
"E di questo... e di questo... e di questo..."
Sono incastrati, intrecciati, uniti in un bagno di sudore, calore e capelli che si arrotolano ovunque.
Lei muove la testa senza controllo, ormai, la schiena inarcata e il culo che si solleva a ogni spinta. Non e' un urlo quello che le esce, e' un rantolo.
Le tocca la fica ed e' un lago, si bagna due dita in quell'antro vischioso e le porta alla bocca. Le succhia poi le fa succhiare a lei.
"Guardami - le dice a un millimetro dalla bocca - guardami!"
Quello che vede e' quasi troppo bello da sopportare, ma le pianta gli occhi negli occhi per bersi ogni suo gemito e finalmente le scopa il culo.

Glielo scopa fino a che la sente tremare, tremare sotto di se' e intorno al suo cazzo e parlare, biascicare, urlare cose sconnesse come di chi non capisce piu' cosa cazzo stia succedendo, e perche' il mondo e' sottosopra e cos'e', mio dio, cos'e' tutto questo rosso, di piu', ti prego di piu', fottimi, fottimi. Oh. Mio. Dio. Ho sete, ti prego ti prego, basta, basta, bastaaa!
Ma lui non si ferma, non si ferma per un cazzo e la scopa, la scopa, la scopa fino a che lei smette di parlare e di dire cose assurde e morde il cuscino e ci urla dentro, cinque, dieci, venti volte, come un animale sgozzato. E nell'eco di queste urla Alessandro le muore dentro, ed e' cosi' bello, cosi' dannatamente bello che gli sembra di morire davvero.
Morire davvero.

--

Il cicalino del cellulare lo sveglia, poco dopo, e gli strappa un gemito di insofferenza.
"Devi proprio rispondere?" chiede lei restia a lasciarlo andare.
Alessandro si stacca dal suo abbraccio lentamente, le lascia un bacio sulle labbra.
"Certo che devo, ma faccio in un attimo. Tu resta qui."

Scende dal letto senza riuscire a smettere di guardarla e quasi si ammazza inciampando nei pantaloni buttati per terra la sera prima. Lei ridacchia.
Cerca la giacca per la stanza mandando maledizioni a destra e a manca.
"Pronto!" Abbaia al telefono in piedi davanti alla finestra, nudo come un verme. Fuori e' quasi giorno, cazzo.
"Sono io. Disturbo, commissario?"
"No, non mi disturba affatto - risponde imitando Verdone e buttando un occhio a Sara che ride soffocando il rumore contro il cuscino - che cazzo vuoi, Stanzani"
"Mi spiace disturbarla di sabato, davvero. Ma quello del rasoio ha colpito di nuovo"
Il sorriso gli si gela sulle labbra.
"Merda" dice.
'Merda merda no, cazzo, no', pensa.
Si passa una mano sugli occhi e la lascia li'. C'e' sempre un attimo in cui deve chiedere chi e' la vittima, e quell'attimo e' terribile, anche se sa gia' di non conoscerla dal tono tranquillo di Stanzani. Ma queste cose non sono mai razionali, e il timore di sentire un nome conosciuto gli stringe le budella.
"Chi e'?"
"Una ragazzina, commissario. Uno schifo indescrivibile."
Alessandro sente la schiena contrarsi come se lo stessero frustando e una nausea che sale, sale.
"Ragazzina quanto" dice con una voce calata di un ottava.
"Eh, 14 anni. Gliel'ho detto, uno schifo."
Quasi non riesce a parlare, ha la mascella come bloccata.
"Commissario? Che fa? Non viene a vederla?"
"Dove" biascica con gli occhi ancora chiusi come se quel buio potesse confinare il dolore la' dentro, in quel piccolo spazio fra gli occhi e la mano che li copre. Piccolo spazio, piccolo dolore, questo spera Alessandro, ma non e' cosi'. Non e' mai cosi'.

Registra a mente l'indirizzo, biascica qualche cosa poi attacca e butta il telefonino su una poltrona XVIII secolo ma quello rimbalza, fa un giro su se stesso, con grazia, e atterra sul pavimento di moquette con un tonfo.
Alessandro fa un paio di respiri per calmarsi, perche' sente che altrimenti vomitera', poi si gira verso Sara, la bocca piegata in una smorfia di orrore.

"Dio mio, che e' successo?" dice lei mettendosi a sedere sul letto, coprendosi il seno con il lenzuolo.
Alessandro non la sente neanche, la guarda e basta, guarda gli occhi interrogativi puntati su di lui come due fari, i capelli arrotolati e buttati da una parte, le ginocchia puntute sotto il lenzuolo, le mani che tengono la stoffa sul seno, la lieve ruga in mezzo alla fronte.
E gli prende un terrore fottuto.

Sua moglie lo aveva guardato nello stesso modo per molte volte, quando riceveva quelle telefonate, poi aveva cominciato a piangere ogni volta che usciva di casa per un'azione, raccomandandosi di stare attento, di non rischiare, chiedendosi fra i singhiozzi cosa avrebbe fatto se gli fosse successo qualcosa.
Questo i primi tempi. Poi aveva iniziato a rinfacciargli che faceva un lavoro troppo rischioso per se stesso ma anche per lei, che avrebbero potuto vendicarsi su di lei, e che lei non voleva vivere con questo terrore che ogni volta che qualcuno la sfiorava al supermercato saltava, e che se ne sentono sempre di assassini che escono dal carcere e si vendicano sulla famiglia del poliziotto e che non ne poteva piu' di quelle telefonate nel bel mezzo della notte e che aveva paura, paura capisci? E che adesso che avevano una figlia avrebbe messo a repentaglio anche la sua, di vita, che era un pazzo, un incosciente, che teneva piu' al lavoro che a loro due e che un giorno le avrebbe ritrovate morte e si sarebbe ricordato di questo che gli stava dicendo.

E lui all'inizio a consolarla, a baciarle il viso bagnato, ad abbracciarla stretta cercando di infonderle un po' di sicurezza, a dirle non e' niente di grave, oggi e' una cosa di routine, non c'e' pericolo, siamo in tanti e poi non esagerare, dai, e allora le altre mogli come fanno, e poi basta, smettila, dici sempre le stesse cose, sono anni ormai, non sono ancora morto, lo vedi? e non sei morta neanche tu, non e' morta Roberta, non e' morto nessuno, merda, e sei diventata paranoica, ti rendi conto? e che cazzo stai dicendo, adesso, che significa che non tengo a voi, che cazzo significa, io ti amo, non lo vedi, cristo, non lo vedi che ti amo e come fai a non capire, come fai a non vedere, e dio, come fai a chiedermi questo, e' il mio lavoro, ho dei doveri, ho degli obblighi, devo farlo, devo, e lo sapevi come era, non ti ho mai mentito, e fidati di me, cazzo, fidati di me.

E un giorno in uno dei tanti litigi le aveva detto ok allora, vattene!
E lei se ne era andata. Si era portata via Roberta e si era trasferita lontano. Lo aveva pregato di contattarle il meno possibile, per la loro sicurezza.
Era passato del tempo, da quel giorno, e sua figlia avrebbe compiuto 13 anni il prossimo ottobre.

Per anni dopo che Giovanna se ne era andata si era detto che quella era stata la scelta giusta, che se doveva fare questo schifo di lavoro lo doveva fare da solo, senza mettere in mezzo nessun altro. E che era vero, sarebbe potuto schiattare da un momento all'altro, senza neanche il tempo di maledire un'ultima volta l'altissimo.

Poi aveva conosciuto Sara e il castello di cazzate di cui si era convinto per tutti quegli anni era crollato. In un attimo, senza che se ne accorgesse. Caterve di "mai piu'" andate a farsi fottere, dove era giusto che andassero, e vita, vita che era tornata a scorrergli nelle vene.

E Sara, lei lo guarda senza paura, adesso, ma in quell'istante preciso ne ha lui per entrambi, la sente che gli risale la spina dorsale con un brivido freddo.
Dio, quel pazzo potrebbe prendersela con lei. Potrebbe sapere facilmente che lui e' incaricato delle indagini e seguirlo, risalire fino a lei, farle del male. Le immagini delle polaroid nei fascicoli che lo riguardano gli riempiono gli occhi.
Stringe i pugni ma quello che vuole e' urlare. E andare via, ora, subito. Allontanarsi da lei. Forse non sa ancora niente, quello stronzo. Forse e' ancora in tempo ma deve smettere di vederla, immediatamente, cancellarla dalla sua vita, far credere a tutti che non e' stata importante per lui. Andarsene.

"Vado. Devo andare" le dice senza muovere un passo, rigido come una statua.
"L'avevo intuito - gli fa lei con dolcezza - ma forse e' meglio se ti vesti, prima..." continua con voce bassa, come un artificiere che si appresti a disinnescare una bomba.
E ci riesce, dio solo sa come, ma ci riesce. Ad Alessandro viene su un sorriso stiracchiato e sente le spalle che si abbassano, i muscoli che si rilassano.

A chi la racconta? Non ce la farebbe mai ad allontanarla. Mai. Non ora che l'ha trovata. E poi a che servirebbe? Solo a morire prima.

Scuote la testa.
"Giusto, i vestiti" dice radunando la sua roba sparsa per la stanza.
Di colpo e' di nuovo operativo. Recupera il cellulare, guarda l'ora. 'Devo farmi venire a prendere, merda, non ho la macchina' pensa. Compone a memoria il numero della centrale e impartisce gli ordini. Secco, freddo, controllato, un poliziotto.
"Vengo con te?"
La sua domanda lo blocca con un calzino infilato a meta'.
"Sei pazza? Non e' un bello spettacolo"
La voce gli e' uscita aspra, secca, ma quella di lei, subito dopo, e' altrettanto decisa.
"Non e' per lo spettacolo, stronzo. E' per te. Sei ridotto uno schifo."
Alessandro si gira a guardarla e la adora, per quello che ha appena detto"
"Davvero?"
"Si, certo, sei proprio uno schifo"
Le sorride piano.
"Non dicevo quello. Non hai paura?"
"Di cosa, scusa?" Fa lei incredula.
"Non so, di essere coinvolta, in qualche modo"
Nel silenzio della stanza la sua risata forte e breve risuona quasi irreale.
"Piu' coinvolta di cosi' non potrei essere, sai?" dice di nuovo seria.
Si sorridono.
"E' meglio di no, sul serio - dice stavolta con gentilezza - ti... ti racconto quando torno"
Non sa come gli sia uscita, questa, ma e' vero. Per la prima volta sente di averne bisogno e sa che con lei sara' facile parlare, tirare fuori un po' di quella merda che continua ad ingoiare da anni. Abbracciati da qualche parte, al buio, dopo essersi scopati, usati, blanditi, dopo aver preso e dato, senza distinzione.

"Va bene, allora ti aspetto qui."
Alessandro si siede sul letto vicino a lei. Le sue mani lo sfiorano subito sulle braccia, sul collo, gli si infilano fra i capelli. Ha un modo di toccare che lo fa sciogliere, letteralmente, e che persino ora riesce a smuovergli qualcosa dentro.
Le sfiora un seno, lo raccoglie in una mano, gli esce un sospiro.
"Faccio il prima possibile, promesso."



Data creazione: 31/12/2006 @ 16:53
Ultima modifica: 12/06/2007 @ 10:57
Categoria: 2006|Racconti
Pagina letta 8055 volte


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Commenti:


Commento n° 5 

da attilio il 02/06/2008 @ 19:45

bel racconto,

peccato che sia solo un racconto

penso che tornerò a rileggerlo fra qualche tempo per vedere se mi emozionerà ancora.


Commento n° 4 

da lucignolo il 17/06/2007 @ 20:07

racconto bellissimo, si beve d'un fiato. Vorrei che Valeria che ha lasciato un commento prima di me mi dicesse dove trovare il suo blog. Valeria se leggi queste righe dimmi dove trovarti a questo indirizzo aspet@libero.it


Commento n° 3 

da barbara il 23/05/2007 @ 12:14

Complimenti,un bellissimo racconto.Io amo molto leggere e posso dirti che mi ha trasmesso emozioni al pari di un libbro intero...alla prossima lettura e grazie.B.


Commento n° 2 

da Valeria il 17/04/2007 @ 17:14

Sono capitata qui per caso, passando dalle pagine di it.sesso.racconti. Ho letto lì il tuo pezzo su ciò che viene digitato nei motori di ricerca quando si cercano racconti erotici (e non solo). Io ho digitato semplicemente "racconti erotici d'autore". Lo so, sono banale. Ma mi piace la buona scrittura, che devo farci.

Ho letto con molto interesse questo racconto. Non so se sia uno dei primi o degli ultimi. Ne ho preso uno a caso.

Di solito racconti così lunghi mi annoiano e non riesco mai ad arrivare alla fine. Questo è stato piacevole. Le parole scorrono e sai rendere bene un'immagine, un colore, un odore. Sei brava, si, posso dirtelo. Perchè non è facile e quindi te lo meriti.

Anch'io scrivo di erotismo, ho un blog dove posto alcune cose. Per rispetto (e perchè sinceramente non so se si può..) non metto qui il link. Ma se mi scrivi possiamo discuterne e, beh, mi piacerebbe chiederti una cosa. Chiamiamola proposta, che suona meglio..

spero a presto

Valeria


Commento n° 1 

da Fabio il 12/04/2007 @ 01:44

finito.. letto tutto d'un fiato. Come sempre, x i tuoi racconti o le poesie. Ma stavolta è un filino differente. Non un commissario, non un dirigente, ma un poliziotto sì; lo sono anch'io. E' delicato, il tuo racconto; carico di Emozione e sensibilità (oltre che tremendamente erotico, naturalmente!!) E leggere di questa donna, mi fa entrare in un mondo in cui le donne di uno sbirro non ti lasciano per gli orari, o le tue assenze.. o per la paura che tu possa non tornare.. o per quel che la gente pensa di loro.. semplicemente sono.  Donne, Femmine e Amanti. E compagne.. Grazie Giulia. Per tutte le Emozioni che mi hai permesso di provare con i tuoi scritti. Bacio.



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