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Racconti - Appuntamento

04.07.09

- Beh, eccoci qui.
- Già.
Si sedettero al minuscolo tavolino di un bar in centro, attaccati al muro per sfuggire al sole cocente.
- Dio, che caldo - fece la ragazza agitando un po' la maglietta per far entrare aria.
- Davvero.
Alberto si appoggiò allo schienale cercando una posizione comoda e nel movimento si trascinò dietro la tovaglietta sbiadita e piena di macchie unte.
- Attento! - rise lei.
- Devo calmarmi. Non sono molto calmo.
Si guardarono sorridendo.
- Dai, prendiamoci qualcosa, eh? Parliamo del più e del meno - fece lei cercando di risistemare le cose sul tavolino - non ho ancora tirato fuori la frusta e già mi sei nervoso!
- Ah. Ecco. Ora sto proprio meglio.
Si sporse a guardare la borsa appoggiata per terra.
- E' lì dentro?
- Ma no! Ti pare che possa entrarci? E poi mica ho solo quella, ci sono dildi, corde, candele e...
- Vi porto qualcosa?
Ammutolirono guardando il cameriere che si era materializzato lì accanto. Lei si riprese per prima.
- Mmm, sì, io prendo una spremuta d'arancia.
- Io un caffè.
- No. - disse lei - Niente caffè.
La guardò esterrefatto.
Stava per ribattere quando lei scosse la testa impercettibilmente.
Il cameriere aspettava annoiato, forse non si stava accorgendo di nulla, ma era lì. Lui lo sapeva. E sapeva anche che forse l'aveva sentita prima, mentre parlava di dildi e corde.
Sentì una fitta nel cazzo. Netta, precisa come una stilettata.
- Un bicchiere d'acqua, grazie - ordinò quindi.
- Ok - rispose il ragazzotto trascinandosi via.
Lei aveva già perso quello sguardo severo; era di nuovo un po' troppo allegra, si sistemava i capelli.
- Ah, è così quindi? - le chiese con un sorriso vago
- Cosa?
- Che funziona.
- Cioè?
- Cioè tu ordini e io obbedisco?
Si fece di nuovo seria. I suoi occhi cambiavano con una rapidità che lo sconcertava.
- Direi che questo è il minimo. Dico bene?
- Hai ragione.
- Hai ragione "cosa"?
Alberto respirò a fondo, cercando il coraggio di dire quello che doveva. Ma lì, in piena luce, in mezzo alla gente era molto più difficile di quello che aveva immaginato. Appoggiò i gomiti sul tavolino, delicatamente stavolta, e la fissò.
- Non ci riesco.
- Da quando hai il potere di decidere? Dillo. Subito.
Dovette sforzarsi per resistere all'impulso di guardarsi intorno. Controllò anche le mani che avevano cominciato a giocherellare con qualcosa di invisibile sulla tovaglia.
- Hai ragione... Padrona.
Lo disse non troppo forte ma nemmeno troppo piano, di certo non lo sussurrò. Si rimise dritto piuttosto soddisfatto concedendosi un'occhiata ai tavoli vicini.
Il cazzo gli premeva già duro nei pantaloni.

Quando arrivarono le ordinazioni prese il bicchiere con cautela, non si fidava molto delle sue mani.
- Spero che l'albergo non sia lontano da qui - disse lei rotolandosi il bicchiere freddo sulle labbra - odio camminare al sole.
- Vicinissimo, sì. Dove hai la roba?
- Quale roba?
Si divertiva, era evidente.
- Quella che userai su di me - le si avvicinò di più - Padrona.
Una volta superato l'ostacolo diventava sempre più facile e sapeva che le avrebbe fatto effetto.
- Nella valigia, scemo. In macchina.
- Oh. Bene.
Restarono un po' in silenzio guardando i passanti. Si conoscevano da molto, non pensava che avrebbero avuto problemi nel trovare qualcosa di cui parlare, ma evidentemente avevano in mente altro. Nessuno dei due tirava fuori uno di quei banali discorsi sul tempo o sulla politica.
Decise di essere sincero.
- Non avrei mai creduto che un giorno sarebbe successo.
- Non è ancora successo, infatti.
La guardò con interesse. Aveva un sorrisetto soddisfatto: le piaceva metterlo in difficoltà, ridicolizzare i suoi tentativi di dire qualcosa di serio: faceva la sua parte fino in fondo. Aveva una faccia innocente ma era perfettamente calata nel suo ruolo, era pronta ad attaccarlo, a sfruttare le sue debolezze come una tigre in agguato fra le canne. E lui era intenzionato a premetterglielo, naturalmente.
- No, non ancora. - le rispose - Ma succederà, vero?
- Dipende.
- Da cosa?
Ora lei avrebbe preteso qualcosa da lui. Si era messo nella condizione di farle avanzare una richiesta e lo aveva fatto deliberatamente. Così come lei aveva giocato ad incastrarlo sapendo benissimo che era quello che voleva. Ogni frase fra di loro, quando erano in quel particolare stato d'animo, era quasi una riga del copione. Sapevano entrambi dove l'altro voleva andare a parare.
- Da cosa dipende, mia Signora?
Lei bevve un altro sorso, prese tempo. Poteva vedere le rotelle girare in quella sua testolina per inventarsi qualcosa che la eccitasse, che eccitasse lui.
Rigirò un pezzo di ghiaccio fra i denti, poi lo prese fra due dita e glielo porse.
- Tienilo in mano. Dovrai fare una cosa, adesso.
- Certo. - Il ghiaccio iniziava già a bruciare nel palmo, l'acqua fredda gli usciva dalle dita e colava sulla tovaglia, ma non si mosse.
Lei lo guardò inarcando appena le sopracciglia.
- Certo, Padrona. - si corresse subito.
Non le aveva dato nemmeno il tempo di chiederglielo, l'aveva prevenuta. Provava un sottile piacere all'idea di averla privata di un motivo per riprenderlo. Sorrise fra sé, ma lei riuscì a rimproverarlo lo stesso.
- Non voglio doverti correggere mai più...
La ragazza del tavolino accanto si alzò avviandosi nel bar. Lei aspettò qualche secondo finché non fu nel punto più vicino a loro poi disse: "...cagna".
Respirò a fondo mentre il cazzo gli si agitava a scatti, impaziente. Avrebbe dovuto sapere che si sarebbe vendicata.

- Mi piace quando chiudi gli occhi.
Disse poi lei con un tono più morbido. Gli prese la mano che aveva tenuto il ghiaccio e se la mise sul collo, con noncuranza. Si sforzò di non carezzarla.
- Non riesco a tenerli aperti quando mi tratti così.
- Vedo. Sembra che ti stia colpendo, quasi.
- Sì. E' così che mi sento.
- E' molto bello.
- Ho il cazzo molto duro.
Risero. Erano usciti dal gioco e poteva finalmente respirare un po': gli sembrava di avere avuto lo stomaco chiuso in un nodo, fino ad ora.
- Dimmi cosa devo fare - le chiese.
- Stai pretendendo qualcosa da me?
Aveva uno sguardo famelico; chissà se la gente intorno lo notava, chissà cosa pensava dello sguardo basso che aveva lui, invece, delle loro posizioni, lei così dritta sulla schiena e lui chino in avanti, quasi supplice. Ma a quel punto non gli importava di nulla, assolutamente di nulla.
- No, scusa. Scusami Padrona, volevo solo... compiacerti.
Lei frugò nella borsa e tirò fuori un deodorante. Lo mise ostentatamente sul tavolo, al centro, in equilibrio. Aveva una forma a cuneo, inequivocabile. Chi diamine studia il design di questi aggeggi, pensò. Aveva anche una scanalatura che saliva a spirale. Gli mancava solo la base che si riallarga.
Non era difficile immaginare cosa avrebbe dovuto fare. Il difficile era prenderlo, ora che era lì in mezzo al tavolino, e metterselo in tasca. Davanti a tutti, davanti alla ragazza che era tornata e ridacchiava con il suo aitante fidanzato al tavolo vicino; forse di lui. Difficile era attraversare quei pochi metri all'aperto con il cazzo che premeva contro i pantaloni estivi, leggeri.
Aspettò comunque che lei gli dicesse cosa fare. Ogni cosa doveva partire da lei, oggi. Erano le regole che non si erano mai detti e a cui si attenevano entrambi.
Lei si avvicinò e gli parlò a voce molto bassa.
- Vai in bagno. Usalo. Ha una bella forma, come vedi. Ti allargherà dolcemente. Non spingerlo troppo in fondo o non lo recuperiamo più. Voglio solo che tu ti senta allargato.
- Va bene Padrona, vado subito.
- Pantaloni a mezza coscia.
- Sì, Signora. Posso lubrificarlo un po'?
- Puoi. Ma dopo non sarò così gentile - gli si avvicinò ancora fino ad alitargli sull'orecchio - e ti romperò il culo.
Riappoggiandosi allo schienale disse: "vai".
Lui sentiva il rumore del cuore che gli batteva nel petto, lo poteva quasi vedere gonfiarsi e pompare sangue. Riaprì gli occhi con uno sforzo. Si alzò, prese in mano l'oggetto e passò deliberatamente davanti alla ragazza del tavolo accanto. Voleva godere di ogni cosa, a questo punto, giocare al rialzo; non aveva intenzione di risparmiarsi.

Quando tornò si sedette e rimise il deodorante sul tavolino, in piedi.
Lei lo guardò fingendosi schifata.
- Lo hai lavato, spero.
- Certo, mia furbissima Signora.
Erano fuori dal gioco ora, lo vedeva dai suoi occhi. Poteva permettersi di prenderla in giro, e lei fece lo stesso.
- Non si sa mai, con voi schiavi. Non avete molta iniziativa.
- Stronza.
- Beh, andiamo, che dici?
- Sì, vado a pagare, torno subito.
Lei non fece nemmeno il gesto di impedirglielo. Pensò che di norma gli avrebbe chiesto di fare a metà, non era il tipo di donna che si fa offrire senza lottare. In quel momento lo era però.

Lo aspettava in piedi vicino alla macchina, il trolley già in mano.
Niente gonna provocante e tacchi, non era il suo stile. Jeans, maglietta.
- Dammi.
Le prese il trolley e si avviò.
Mentre camminavano parlarono finalmente del più e del meno. Un'altra pausa per alleviare la tensione. Quando furono in ascensore lei gli chiese cosa aveva sentito. Il tono era totalmente diverso, e si adeguò.
- Che mi allargava, Padrona, come mi avevi detto.
- Ti ha fatto male?
- Solo un po', poi mi sono fermato, avevo paura che entrasse troppo.
- Devi averlo bello largo.
- Sì, Signora.
- Sì Signora cosa?
Esitò, non era facile dirlo a una in jeans e maglietta; non erano in un dangeon dove queste cose sono all'ordine del giorno, erano in un normale ascensore, non c'era l'atmosfera ad aiutare, non era legato, costretto: era libero, e doveva farlo solo di volontà. Era un altro passo avanti, al di là della vergogna.
- Si, Signora, ho il culo largo.
- Come piace a te. - Aggiunse.
Percorsero in silenzio il corridoio mentre lui cercava la stanza. Lei lo seguì docile.
Quando la porta si chiuse restarono in piedi entrambi senza sapere bene cosa fare.
- Apri un po' le finestre, cambiamo l'aria.
- C'è odore di topi morti, cristo. Non posso fumare, vero?
Lei scoppiò in una risata e non rispose nemmeno.
Gli chiese di chiudere le persiane in modo che la stanza fosse in penombra. Lo mandò a lavarsi, poi entrò lei in bagno.

- Eccoci qui. - disse lui seduto sul letto quando la vide rientrare. Erano ancora perfettamente vestiti.
- Levati gli occhiali. - gli disse sedendosi sulla poltroncina. - Poi portami la valigia.
Non la aprì; invece allargò un po' le gambe.
Erano separati da un paio di metri di vecchia moquette.
- Allora. - gli chiese - è duro questo stupido cazzo o no?
- Sì, Padrona. Da ore.
- Vieni qui, ma cammina a quattro zampe.
Lui obbedì, poi si inginocchiò in mezzo alle sue gambe aperte.
- Dio, posso sentire che odore hai? Ti prego, solo un attimo, solo un secondo.
- No.
- Ti supplico.
- No.
Prese una fascia nera e lo bendò. Due giri e uno strattone dietro per stringere bene.
Alberto pensò che era brava, che era giusto bendarlo, all'inizio. Si sarebbe sentito più libero senza vedere se stesso. E anche lei.
Poi gli diede una serie di ordini. Lo fece spogliare, un pezzo alla volta ma del tutto. Lo fece gattonare fino a ritrovare il letto e sedercisi sopra. Gli ordinò di masturbasi stringendosi le palle nell'altra mano, lo fece smettere e poi ricominciare, più e più volte. Lo sommergeva di ordini stupidi per vedere fin dove poteva arrivare, per prendere le misure.
- Strusciati contro il letto.
- Mettiti un dito nel culo.
- Annusalo.
- Vai a lavarti.
- Certo, bendato, idiota. Striscia.
Non lo toccò. Gli diede in mano delle mollette da bucato e gli disse di pinzarsi le palle. Gli mise un laccio fra le mani e gli ordinò di legarlo alla base dello scroto, di stringere bene.
Lui fece tutto, terribilmente eccitato anche se entrambi sapevano bene che erano cose banali, viste anche nei film porno. Ma sotto c'era il gusto di sentirla comandare, e di obbedirle. Non era importante cosa chiedeva.
- Come stai cagna?
- Mi fa male il cazzo, Padrona.
- Il tuo cazzo inutile non mi interessa, lo sai. Potrebbe anche marcire, per quanto mi riguarda.
- Hai ragione, mia Signora. E' un cazzo inutile, non si merita niente.
- Qual è l'unica parte di te che mi interessa?
- Il mio culo, Signora.
- Non verrai stasera, lo sai vero?
- Speravo tanto di sì, mia Signora.
Lo schiaffo arrivò sull'interno coscia decisamente inatteso e lo fece sobbalzare.
Il secondo era più vicino all'inguine, il terzo solo più forte.
- Ahi, scusa. Scusami Padrona. Hai ragione, scusa.
- Pensi di cavartela con così poco?
- Fammi inginocchiare ai tuoi piedi, ti prego.
- Hai ancora qualche pretesa. Incredibile.
Quando lui aprì la bocca per scusarsi di nuovo lei gli mise una mano dietro la testa e con l'altra gli spinse in bocca qualcosa che sembrava un asciugamano. Spinse e spinse finché non ebbe la bocca piena. Sentiva già la stoffa assorbire la saliva, seccargli il palato.
Il silenzio che seguì lo eccitò ancora di più. La sentiva toccare qualcosa: un fruscio, un leggero tintinnare.
- Sei una cagna. Non sei nemmeno capace di scusarti come si deve: dovrò picchiarti sulle palle.
Deglutì. La sua voce proveniva da molto vicino. Era bello che gli dicesse quello che aveva intenzione di fare, lo mandava fuori di testa. Il cazzo tirava come se gli si volesse squarciare.
- Sono molto arrabbiata con te. Apri le gambe.
Obbedì.
- Di più, stupida troia. Metti le mani dietro la schiena.
Gli legò i polsi.
Era tutto come aveva sempre pensato che fosse. Non era successo ancora niente e già si sentiva morire di piacere, sarebbe quasi potuto venire senza toccarsi. Poi la percepì inginocchiarsi fra le sue cosce aperte e levargli le mollette. Attese.
Il colpo arrivò.
Il male. Il male non era niente rispetto alla paura che ce ne sarebbe stato un altro dopo; e ci fu, e poi ancora un altro, e un altro..
La paura ti frega. La paura di non sapere quando arriverà ti fa sobbalzare e gemere e poi ululare molto più del necessario, molto più di quello che eri disposto a concederti.
Quando arriva il colpo è come se fosse caricato da tutti i secondi, lunghissimi secondi in cui hai aspettato e temuto, e fa sudare, fa contorcere.
Non erano forti, riusciva ancora ad apprezzarlo, ma erano secchi, dati con cattiveria, e precisi su una o l'altra palla
Quando disse che aveva finito quasi non le credette. Ma poi pensò che avevano un patto, che la menzogna non era contemplata. Il pensiero successivo fu che lei era la padrona, lei poteva fare ogni cosa, anche mentire. E di nuovo ebbe paura.
Invece gli levò il bavaglio.

- Questo dovrebbe insegnarti a non sperare di venire, quando sei con me.
Cercò un po' di saliva in bocca prima di parlare, ma lo stesso gli uscì fuori una voce che non si era mai sentito.
- Me lo ha insegnato, mia Signora. Padrona. Padrona. - ripeté un po' stordito.
Era sempre a gambe larghe e il dolore ancora gli indolenziva l'inguine. Si chiese se poteva uscire un attimo dal gioco per dirglielo, quanto gli aveva fatto male e quanto stesse godendo. Decise di rischiare con un tono divertito.
- Mi ha fatto malissimo, accidenti a te. Grazie, comunque.
- Prego.
La sentì rispondere allegra.
- Mi piace tutto questo.
- Anche a me.
Gli avvicinò un bicchiere alle labbra e lo sostenne mentre beveva.
Cercò di spostarsi quando ne ebbe abbastanza ma lei lo tenne fermo e dovette continuare a bere.
- Grazie, Signora.
La sentì andare in bagno. Gli sollevò il mento e lo fece bere ancora, un intero bicchiere.
Ovviamente gli venne da pisciare quasi istantaneamente. C'era anche quello del bar bevuto prima.
- Vorresti andare al bagno?
- Vorrei, Padrona. Se questo schiavo può desiderare qualcosa.
- Mmh. Ti giochi la tua unica richiesta così?
Beh, l'aveva fregato, a quanto pareva.
- No, mia signora. Cercherò di trattenerla.
All'improvviso gli venne il desiderio feroce di guardarla mentre gli diceva queste cose, capire che sguardo aveva, come si muoveva. Essere bendato gli sembrò di colpo una cattiveria inaudita.
- Posso chiederti una cosa, allora, Padrona?
- No.
- Ti prego, ti scongiuro, una cosa sola.
- Aspetta.
Dopo poco gli mise una matita fra le dita.
- C'è un foglio di carta dietro di te, sul letto. Se riesci a scriverla puoi chiedermi questa cosa.

Pensò che era proprio stronza, ma divertito si sdraiò cercando il foglio con le mani ancora legate dietro la schiena. Quando lo trovò si contorse per cercare di scrivere. Non era facile, ogni tanto gli sfuggiva il foglio o la matita e doveva strisciare sul letto per ritrovarli, le gambe puntate larghe sul materasso per darsi un minimo di stabilità.
Era ben consapevole della sua goffaggine e godeva al pensiero che lo stesse scrutando, che lo guardasse umiliarsi così. Immaginava che gli stesse guardando il cazzo, il buco del culo che ogni tanto doveva intravedersi quando perdeva l'equilibrio e istintivamente aprì le gambe un po' di più.
Per un attimo sperò che approfittasse di quel momento per mettergli un cazzo dentro a tradimento, con violenza. Il pensiero lo distrasse totalmente e non si ricordò più cosa aveva scritto fino ad adesso. Ricominciò da capo.
Alla fine sperò di essere riuscito a scrivere qualcosa di comprensibile, anche se probabilmente c'erano lettere sparse per tutto il foglio, davanti, dietro, una sopra l'altra. Comunque lo tenne fra le mani e si accucciò sulle ginocchia, porgendoglielo.
Aveva cercato di scrivere "Vorrei vederti. Padrona". Sperava che l'appellativo, scritto nonostante le evidenti difficoltà, la muovesse a pietà. Aspettava curioso la sua reazione: non era scontato che gli dicesse di no, ma nemmeno di sì; le piaceva dargli sempre un po' meno di quello che chiedeva, o fargliela scontare in qualche modo, ormai lo sapeva.
- Mmhh. Sei una piccola lurida cagna piena di pretese.
- Si, Signora, è vero. Puniscimi se vuoi.
- Ti punisco perché "tu" lo vuoi - replicò lei con una traccia di ripicca nella voce.
Era una mossa un po' sleale perché introduceva della verità nel gioco, ma non se la prese; d'altronde se l'era cercata azzardando quel suggerimento.
- Ti leverò la benda, ma non ora. Ora vieni.
Lo fece arretrare fino a stare inginocchiato sul bordo del letto, lo sistemò come voleva e gli spinse giù la testa con gesti cattivi, duri.
Si sentì tirare per i capelli e prese in bocca un dildo di lattice. Tremò dentro al pensiero di quello che stava per succedere. La posizione lo faceva sentire terribilmente vulnerabile e questo lo esaltava.
Glielo fece succhiare a lungo, insultandolo e scuotendogli la testa. Adorava questa cattiveria che riversava su di lui.
Essere nelle sue mani, abbandonarsi, era un piacere dal quale non poteva fuggire, che lo attirava come una calamita. Quando lo lasciò andare gli uscì quasi un singhiozzo.

Due cuscini gli calarono sulla testa poi qualcosa di pesante fece diventare il buio molto più intenso. Forse era una coperta. Adesso era prigioniero in un mondo ovattato, buio, umido, sentiva solo il suo stesso respiro amplificato e non riusciva quasi più a cogliere i movimenti di lei: il fruscio della stoffa sulle orecchie gli impediva di capire cosa stesse succedendo.
Sentì una sensazione strana al cazzo e si ricordò di avere ancora il laccio intorno alle palle: se ne era completamente dimenticato.
Con gesti secchi gli fece divaricare un altro po' le gambe poi tirò il laccio. Non aveva vergogna di gemere, in quel bozzolo di cotone, e si lasciò andare. Lei lo strattonò cavandogli suoni inarticolati poi fece passare il laccio fra le natiche e glielo mise fra le mani legate in modo che fosse in tensione. Non soddisfatta lo tirò di più e glielo fece tenere così.
Doveva strizzarsi le palle da solo, questo era il concetto. E lui lo fece.
Ogni tanto si vedeva da fuori, chinato su quel letto e pronto ad essere brutalmente sodomizzato: provava un brivido fra la vergogna e l'esaltazione. Erano miscelate: una non esisteva senza l'altra.

Quando sentì il cazzo di lattice appoggiarsi al buco pensò che sarebbe potuto morire di infarto, considerando a quanto stava andando il suo cuore. Inarcò la schiena esponendosi con un gemito che sperò lei sentisse. Ormai voleva solo che lo scopasse. Non aveva nessun altro pensiero in testa da ore. Era un'esigenza vitale.
Quando lo ebbe preso tutto ansimando, gemendo di dolore e di lussuria, lei spostò i cuscini e gli slacciò la benda. Lo schiacciò a pancia in giù sul letto e gli salì sopra.
Una mano premuta sulla faccia gli impediva di girarsi a guardarla ma vedeva una gamba, un braccio. I capelli.
Dopo una certa delicatezza iniziale cominciò a fotterlo con forza facendolo sobbalzare, gemere, sudare. Gli sussurrò all'orecchio tutte le cose che lui voleva sentirsi dire, nessuna esclusa, e per ognuna la ringraziò, la supplicò di dirlo ancora e ancora.
Poi lo trascinò, con il culo ancora pieno, verso lo scrittoio. Aveva una forza notevole, gli piaceva da morire come lo gestiva, come lo spostava.
Lo spinse giù col torace sulla plastica del tavolino e continuò a scoparlo.
Allungando il collo poteva intravedersi nello specchio. Gli venne quasi da piangere per il bisogno di venire.
- Ti supplico mia Signora, ti supplico, lascia che mi tocchi.
Lei non gli rispose nemmeno.
Cominciò a ripeterlo senza tregua cercando di inventare epiteti sempre più umilianti per se stesso.
- Ti prego, per favore, ho bisogno di toccarlo questo cazzo schifoso, ti prego, sono ai tuoi piedi Padrona.
E continuò a farlo fino a perdere la nozione del tempo, rendendosi vagamente conto che era quasi un delirio, il suo, indotto dal piacere enorme che stava provando nel culo;
- Ne ho bisogno, ti supplico umilmente, sono la tua cagna, ti prego, ti supplico.
Alla fine una mano gli scivolò lungo le cosce e impugnò il cazzo.
Quando se ne rese conto capì che non avrebbe resistito nemmeno due secondi. Cercò di trattenersi il tempo necessario per chiederle il permesso di venire poi si lasciò andare spingendosi senza vergogna contro quell'asta che lo penetrava.
Si accasciò stremato.
- Abbiamo dato spettacolo, che dici? - chiese ancora ansimando.
- Avoglia. Ho già delle prenotazioni per il tuo culo. C'è la fila.
Rise, ma non aveva il coraggio di aprire gli occhi.
Fra poche ore sarebbe finito tutto. Si sarebbero lavati, rivestiti, e lei sarebbe partita con quella macchinetta che non le si adattava per niente. Non ne aveva nessuna voglia. Proprio nessuna.
Sarebbe rimasto così, a pecora su uno scrittoio anni '70 con un cazzo nel culo, per l'eternità.



Data creazione: 06/07/2009 @ 13:35
Ultima modifica: 06/07/2009 @ 13:35
Categoria: Racconti
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Commenti:


Commento n° 3 

da Ammurabi il 04/11/2009 @ 00:02

Apatico e senza un vero perché.

Si vuole a tutti i costi trasgredire ma con l'unico risulato di annoiare.

Che dire... boh!

Ammurabi

 


Commento n° 2 

da Igor il 12/10/2009 @ 22:08

Boh?


Commento n° 1 

da jarno il 22/07/2009 @ 12:39

Oh Madona, Oh Signur........

Giulia....



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