| 03.12.08
C'è un vento caldo, oggi: scalda il cuore sentirlo che ti sbatte sulla faccia in pieno inverno. Sfida il freddo, alza le gonne, strappa le cose di mano, fa un po' quelle cose che fanno gli innamorati. Il parco ha ancora addosso i colori dell'autunno - fa troppo caldo per perdere le foglie - e io ci sto bene qui in mezzo, ho sempre pensato di essere mimetica in questa stagione: capelli gialli, occhi color foglia marcia, carnagione pallida... Lei era in mezzo a noi appoggiata al tuo petto, tu le giravi il volto e la baciavi, io le sbottonavo la camicetta, tu le prendevi i seni fra le mani, io le stringevo i capezzoli. Non eravamo in tre, eravamo in due: noi e lei. Noi che agivamo come un unico essere. Senza parlare, per tutto il tempo; ho l'impressione che non sia stata detta nemmeno una parola, solo respiri, gemiti. Sì e no. E dio. Quello sempre, e tanto. Tu le scoprivi le spalle scendendo con le mani sulla pelle, io le baciavo il collo, tu le spostavi i capelli per lasciarmi spazio, io le mettevo una mano sul cavallo umido dei jeans, tu glieli sbottonavi, io glieli levavo. Simbionti. Le panchine sono gelate, se tiro giù la giacca per sedermici sopra mi si scopre il collo, così mi tengo il culo freddo. Mi appoggio indietro, incrocio le caviglie e sciolgo i capelli che subito sbatacchiano nelle folate. Vorrei che avessimo un appuntamento e che tu arrivando da dietro mi vedessi così, tragica e bellissima figura nel vento di dicembre. Delle volte sono così melodrammatica. Alla fine era nuda. Tu la rovesciavi sul letto, io le stringevo i polsi sopra la testa, tu le aprivi le cosce, io le scoprivo il clitoride, tu le entravi dentro lentamente, io le aprivo la bocca con le dita, tu le leccavi le labbra. Un unico essere con due bocche, quattro mani, un cazzo e una fica. Sta facendo buio, tutto sembra stinto di blu, ora, come il mio bucato tipo. Sarà meglio che vada, tanto non c'è nessun appuntamento. Mi mandi un messaggio pieno di dolore al quale rispondo con dita congelate, centocinquanta caratteri per dirti che senza di te sono una cosa spezzata, l'ombra sbiadita di me stessa. Non eravamo mai stanchi. Tu le tappavi la bocca con la mano, io le mettevo la mia sugli occhi e ti baciavo mentre eri dentro di lei, le sue gambe arrotolate sui tuoi fianchi, le sue unghie conficcate nelle tue braccia. Respirava forte dal naso, scuoteva la testa cercando l'aria. Abbiamo stretto di più la presa, tu l'hai sbattuta con violenza, io ti ho morso le labbra. E' venuta accasciandosi fra le nostre mani, credo godendo moltissimo. Salgo a piedi dalla scala esterna. A un certo punto della mia vita qui, ho pensato che due piani di scale al giorno avrebbero fatto bene ai miei glutei e che lo specchio dell'ascensore era troppo crudele con un volto che stava invecchiando inutilmente. Abolito. Tutte le volte che infilo la chiave nella serratura penso che non ci sei, che non c'è nessuno dentro casa, solo i gorgheggi dell'aria nei termosifoni. Levo la giacca e metto le pantofole, accendo il bollitore dell'acqua e mi siedo ad aspettare.
Data creazione: 04/12/2008 @ 21:03
Ultima modifica: 29/10/2009 @ 19:40
Categoria: 2008|Micro
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