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2008|Racconti - Liquido

08 giugno 2008


Se non riesco a scrivere qualcosa dovro' trovarmi un altro lavoro, tipo fare la cassiera da McDonalds, o la benzinaia. Qualcosa che richieda pochissimo impegno mentale e che lasci addosso un odore, un odore qualsiasi.
La rivista aspetta da mesi un mio pezzo. Gery, il commerciale, mi chiama ogni settimana, fa finta di interessarsi al mio stato, tira fuori qualche domanda di rito poi attacca con la manfrina delle scadenze, delle pressioni degli inserzionisti, del crudele mondo dell'editoria; dice che questo di sicuro non e' il momento per pensare a certe cose, che lui lo capisce se non riesco a scrivere; e cosi' dimostra di non capire un cazzo.
Comunque sono in ritardo, e' innegabile. Non mi hanno ancora rimpiazzato solo perche' quando c'e' un mio pezzo le vendite gli schizzano a livelli che si sognavano, qualche anno fa, e ormai c'hanno preso gusto. Mi tengono buona, insomma, anche in questo stato.
Che poi... "questo stato". Come se fosse una malattia, una colpa.
Dal loro punto di vista lo e', ovviamente. Anche dal mio, in effetti, ma per motivi ben diversi.

Il fatto che non gli stia mandando il loro prezioso racconto piccante da sbandierare in copertina e' di certo, nelle loro piccole e ottuse teste binarie, dovuto alla "maternita'". Di sicuro immaginano che io sia qui ad accarezzarmi la pancia sulla sedia a dondolo, leggendo libri di puericultura con un sorriso beota.
E mettiamoci pure l'aureola, gia' che ci siamo.
Oh, si'. E' cosi' comodo e rassicurante credere che tutto questo sia 'naturale', 'innato'.

Loro non hanno idea.Non hanno idea di quello che mi bolle dentro.
Non hanno idea del disagio che provi a vedere il mio corpo cambiare e deformarsi ogni giorno di piu'. Di quanto furiosamente odi non riuscire ad allacciarmi le scarpe, di come mi addormenti a occhi serrati per non guardare questa montagna estranea che ha preso possesso di me.
Non credo che possano immaginare la voglia struggente e dolorosa che ho di un uomo, un uomo ben preciso dico, del desiderio che mi attanaglia, che mi gonfia i capezzoli e mi bagna la fica, che si propaga nel ventre e fa agitare il bambino.
Non hanno idea dei sensi di colpa che mi porto dentro, della paura, del pianto che mi scuote, dei contrasti laceranti, di quello che provo verso me stessa e mio figlio, verso il padre di questo bimbo e verso l'uomo che amo. Che non sono ovviamente la stessa persona.

Come tanti, quelli della rivista credono che non riesca a scrivere perche' "in questo stato" io pensi solo a pigiami e pannolini, che non abbia altro per la testa che amore e gioia per essere finalmente madre, e che quindi i pensieri scabrosi di cui tanto hanno bisogno siano semplicemente scomparsi dalla mia mente per magia. Puff!
Questa idea del cazzo che una donna in stato interessante sia un essere sublime, per definizione esente da paura, cattiveria, reazioni violente... Interessante sara' il loro culo, se potessi farglielo come dico io.
Quanto sbagliano, cristo santo.
Ogni fottuto giorno che passa potrei riempigli la rivista con pagine straripanti di cazzi, di sborra, di buchi aperti, di fantasie oscene che faccio con l'unico uomo che riuscirebbe a farmi sentire bella anche con questi venti chili in piu', con questi seni enormi e cascanti e queste cazzo di caviglie sempre gonfie.

Stasera comunque sono sola a casa e mi concedo un bagno, un bagno caldo ed erotico. Alla faccia di Gery e di tutta la redazione di quella rivista dimmerda. I pigiamini possono metterseli nel culo, per quanto mi riguarda,

Accendo le candele sul bordo della vasca, spengo ogni altra luce e mi spoglio. Colgo la mia sagoma nello specchio e come sempre mi sorprendo: sformata, irriconoscibile. Gli occhi mi pizzicano di lacrime ma le ricaccio indietro e mi immergo.
Non ho mai perso l'abitudine di sdraiarmi e infilare la testa sott'acqua fino a lasciar fuori solo il naso. Lo faccio da quand'ero piccola: mi divertiva sentire da la' sotto i rumori della casa, la voce di mia madre arrivarmi ai timpani distorta e amplificata.
L'acqua mi alleggerisce un po' dal peso della pancia e a occhi chiusi riesco a scordarmela per qualche minuto. Ascolto i gorgoglii nei tubi, le gocce che cadono e sembrano macigni buttati in mare, il battito sordo del cuore. Poi, in un tragico istante, realizzo che c'e' un *altro* cuore che batte poco sotto al mio, un piccolo ma testardo cuore che gia' pompa sangue, inesorabile;
Tiro fuori la testa dall'acqua quasi annaspando, tanto e' terrificante e enorme questo pensiero.

Quando apro gli occhi e mi vedo, con questo panettone che sporge dall'acqua come un iceberg pallido, provo una stretta al cuore. Me l'ero quasi dimenticato, ma questa sono io.
E qui dentro c'e' un esserino che non sa, povera stella, che faccio fatica persino a guardarlo, che impedisco a parenti e amici di tastarmi per sentire "se si muove" - neanche fossi una giumenta gravida - che ho paura di quando nascera' e non per il dolore, ma perche' temo di non riuscire ad amarlo.
Povero piccolo, non voglio neanche sapere di che sesso sia: è che non voglio un maschio, e se dovesse esserlo preferisco non saperlo fino alla fine, mi fa orrore il pensiero di quel pisello minuscolo dallo scroto grinzoso, quella ridicola caricatura di un cazzo sempre sporco di piscio e merda.
Forse dovrei indagare meglio questa cosa, pensandoci un attimo, ma non ora.

Ora apro la doccetta e me la poso fra i seni. Esito un attimo poi la sposto sulla pancia e chiudo gli occhi godendomi la sensazione con un sospiro. Questa acqua che scende in rivoli caldi lungo la pelle tesa del ventre e' la prima, vera coccola che faccio al mio bambino; mi viene da piangere. Che razza di madre sono? E che razza di madre saro'?

Se Lui fosse qui entrerebbe senza bussare, si siederebbe sul bordo della vasca e mi sfiorerebbe con una mano calda e saponata raccontandomi qualcosa. Oh, qualsiasi cosa, non ha importanza: ascolterei la sua voce per ore, se avessimo ore da passare cosi', a non fare quasi niente. Mi manca moltissimo e non oso pensare a quanto mi manchera' nei prossimi mesi. Gia' ora non riesco piu' a trovare delle scuse per spostarmi e ci vediamo solo quando riesce a raggiungermi lui, ma dopo il parto sara' ancora peggio. Non potro' staccarmi dal piccolo neanche un secondo per chissa' quanto. Mi stara' attaccato, mi levera' l'aria. Non saro' mai sola, perdero' ogni liberta' per mesi, forse per anni.
E per tutto questo tempo, tanto lungo da essere innominabile, perdero' lui e non so come potro' vivere.
Non lo so.

Ma questo era un bagno erotico no? Ingoio ogni tentativo di autocommiserazione e mi rimetto seduta.
Ho una promessa da mantenere, gliel'ho fatta baciandogli il volto e bevendo lacrime - mie e sue - l'ultima volta che ci siamo salutati. Eravamo in piedi al bordo di una strada illuminata da un semaforo che cambiava colore senza motivo, e noi a dirci cose, abbracciati stretti come se dovessimo andare alla gogna, con la sensazione che qualcosa di terribile sarebbe successo se ci fossimo staccati anche solo di un millimetro o avessimo aperto gli occhi.
Una promessa fatta per smettere di piangere, per far finta che tutto poteva risolversi nel darsi dei corpi, nei segni che potevamo lasciarci sulla pelle, come se non avessimo gia' un marchio dentro, ben piu' doloroso e indelebile.
La sto mantenendo, quella promessa - disciplinata - ogni volta che faccio il bagno e sono da sola.

Il dildo e' li' sulla panchetta che mi guarda.
Ormai ha un suo posto d'onore seminascosto nell'armadietto del bagno; semi, perche' non e' certo vietato tenere un cazzo di lattice per una che si suppone moderna e disinvolta come me, ma nascosto perche' vogliamo evitare che la zia ottuagenaria se lo ritrovi fra le mani senza accorgersene.
A fatica, spostando acqua come un transatlantico in manovra, mi metto gattoni rivolta verso le candele e lo riempio di bagnoschiuma.
C'e' sempre del dolore all'inizio, una fitta acutissima ma sopportabile; ormai so che non devo tornare indietro, che non devo darle tregua ma continuare a spingere, e mentre lo faccio scariche di lussuria mi fulminano il cervello.
Non riesco ad emettere nessun suono, semplicemente resto immobile con la bocca aperta e lo sguardo fisso nella fiamma delle candele. E' quasi ipnotica, la fiamma: si muove flessuosa, ha un andamento circolare e ripetitivo che mi calma mentre aspetto che il dolore si attenui. E poi c'e' quell'istante magico in cui il male sparisce come se si ritirasse in buon ordine - sconfitto - e il dildo entra, dolcemente.
Entra e mi riempie: lo sento rigido, aderente alle pareti, veramente 'dentro' di me.

La vagina non e' un organo cosi' interno: e' un proseguimento della mia superficie esterna, una rientranza della pelle, un buco fatto infilando il dito nel pongo e modificando la forma del fantoccio. Metterci qualcosa dentro e' piacevole ma e' ancora un restare fuori, tenere le distanze dal mio corpo e da me.
Forzare l'ano ed entrarmi dentro invece, penetrarmi nelle viscere, e' come infilare una lama nella carne e sondare cartilagini, tessuti e ossa. Arrivare a toccare una parte di me che percepisco come "interna". E' meravigliosamente osceno, e' quanto di piu' intimo io possa concepire.
Ci vuole coraggio - e amore - per percepire questa differenza, per viverla con me e goderne. Lui lo ha fatto dalla prima volta che ci siamo visti, quando non conoscevamo nemmeno i nostri cognomi. Mi prende ed entra dentro me; lo fa con il cazzo ma soprattutto, e non e' una frase ad effetto, con l'anima. E io mi apro per lui, mi chino e lascio che mi scopi il culo e in quel gesto gli sto dando tutto di me, tutto quello che umanamente potrei dare a un altro essere umano, carne e cuore.

Quello che provo ora, va da se', e' solo una pallida imitazione di quello che mi fa sentire Lui, ma comunque un'ondata di brividi mi increspa la schiena; la saliva mi cola da un angolo della bocca, me ne rendo conto quando la vedo arrivare in acqua ma non chiudo le labbra, non mi asciugo. Mi sono aperta cosi' a casa sua in una vasca grande e vecchiotta: lui seduto sul bidet, silenzioso, quasi invisibile cosi' scuro nel buio, e io ad scoparmi senza guardarlo, come se fossi stata sola. Ero esattamente in questa posizione.
Ora mi vedo come deve avermi visto lui: esposta, dilatata, la bocca aperta e quel rivolo di saliva che cola. Mi vedo mentre mi penetro e non emetto neanche un suono. Sento di essere bella, sento che potrei anche amarmi, in questo momento, e considerato lo stato mentale in cui sono, dio santo, e' quasi un miracolo.

Me ne sto un po' ferma, immobile, con la mente che vaga traballando, ubriaca di piacere e di questa sensazione di apertura e sfondamento.
Il sangue affluisce nella fica, sento che si gonfia, si inturgidisce. E' una sensazione piccola ma potente che ho scoperto da poco (sic). Normalmente viene sopraffatta da quel piacere così vicino al dolore di un cazzo che ti scorre dentro o di due dita che ti scavano; invece ora non c'e' nulla che possa nasconderla: non sto muovendo il dildo, mi limito a tenerlo li' e questo afflusso di sangue mi illanguidisce tutta.
Dio. E' come se fra le labbra della mia fica, in questo istante, si concentrasse tutta la voglia del mondo e il corpo mi supplicasse di fare qualcosa, di farlo godere.
Mi sto bagnando senza nemmeno toccarmi. Posso sentire il sentiero di liquido vischioso che cola da dentro e si affaccia sulle cosce.

Muovo l'attrezzo cercando la profondita', infilandolo quasi del tutto fino a rischiare di non avere piu' presa sulla superficie scivolosa; ogni tanto cedo alla frenesia e lo mando avanti e indietro velocemente restando piu' fuori.
Rantolo, mi rendo conto di rantolare.
A tratti vedo quello che sto facendo, come mi sto masturbando e fottendo per una promessa e mi eccita la mia stessa perversione. In altri momenti immagino che sia lui a scoparmi e cerco di ricreare quel ritmo, quella leggera rotazione del bacino con cui mi fa morire di piacere; penso ai suoi coglioni morbidi che mi sbattono addosso a ogni rintocco, alle sue mani che mi artigliano i fianchi e vado completamente fuori di testa: i movimenti diventano scoordinati, il respiro un gemito roco.

Accendo la doccetta con il getto centrale e lo indirizzo, da sotto in su, dritto verso il clitoride.
Non e' un tocco gentile, ma in questo momento del tocco gentile non saprei che cazzo farmene: come a volte mi succede quando ce l'ho nel culo sono piuttosto insensibile da altre parti. Mi succede spesso, come se la sensazione dietro fosse talmente forte da anestetizzare tutto il resto; il resto delle volte invece mi basta sfiorarmi per venire. Mezze misure non ce ne sono, per fortuna.

Il bambino si muove.
Uno spostamento liquido proprio al centro del mio corpo, e un colpo secco alla fine. E non mi raccontino che una cosa del genere e' normale: avere una cosa vivente impiantata dentro che cresce inesorabile e si muove, reagisce agli stimoli, ti prende a calci. Potrebbe essere un film dell'orrore e la maggior parte delle volte per me lo e'.
In questo momento pero', stranamente, la cosa non mi da' fastidio. La sensazione nel ventre si aggiunge a quelle che sto provando poco sotto e si fonde, partecipa al piacere.
Non mi lascio distrarre: la inglobo in me, nell'eccitazione che provo. Vuoi muoverti piccolo? Muoviti, toccami dentro, carezzami. Lo sto facendo da sola, puoi farlo anche tu. Ti senti strano? Non aver paura, e' solo piacere. Per il dolore ci sara' tempo.

Estraggo il dildo e lo infilo di nuovo: mi piace provare la sensazione dell'essere penetrata, sentirlo fuori e poi che preme ed entra. Ricominciare ogni volta da capo, idea e percezione fisica, come in una specie di osceno 'repeat'. Lo faccio e rifaccio fino a perdere il conto delle volte.
Mi rendo conto di essere sempre meno presente, in uno stato mentale davvero pietoso. Fra poco verro' ma prima devo fare un'altra cosa.

Prendo il cellulare e scrivo. Provo a scrivere, anzi, mentre continuo a sfondarmi il culo. Faccio una fatica bestiale a visualizzare i caratteri sullo schermo ma soprattutto non riesco a scrivere le parole correttamente. Continuo a sbagliare lettere e non so nemmeno piu' dove sia il tasto per cancellare. Digito a fatica "Sto venendo" e sbaglio tre volte ma non perche' non riesca a premere i pulsanti, e' che sto perdendo il controllo su me stessa: digito le lettere credendo di far bene ma poi, quando le vedo sul monitor, capisco che non sono quelle giuste, merda, non sono quelle giuste! Mi viene quasi da ridere.

Cazzo, come riesce a farmi questo? Come puo' portarmi a un livello tale di eccitazione da farmi rantolare e sbavare come un moribondo, da mandarmi completamente a puttane la corteccia cerebrale?
Potrei fare qualsiasi cosa, in questo momento, anche mandare questo messaggio a mia madre. Cerco di recuperare un minimo di lucidita', quel poco che mi basta per scegliere il nome giusto nella rubrica e premere 'invio'.
Il tempo di posare il cellulare, dirigere il getto sul clitoride e vengo riempiendo il bagno di versi che non sembrano poter uscire da me per quanto sono animali, primitivi.
Dio.
Cosa mi fa.

Sono completamente distrutta, svuotata, non ho piu' un briciolo di forza, la testa mi ciondola come quella di un pupazzetto a molla, il dildo esce sospinto dalle contrazioni e si immerge con un tonfo; lo lascio li' a lavarsi nell'acqua saponata. Mi tremano tutti i muscoli, tutti, anche quelli che non sapevo di avere, e comincio a sentire freddo.
Mi alzo in piedi e esco.

La sensazione e' quella di essermi fottuta, irrimediabilmente fottuta in un unico, merdosissimo istante.
E non e' vero un cazzo che ti passa tutta la vita davanti, sono stronzate fatte apposta per tirare in lungo i film. Hai solo il tempo di lanciare una bestemmia - una qualsiasi - e neanche quello di finirla.
"Porc...!"
Ecco tutto quello che riesci a pensare mentre realizzi, quello si, che hai messo un piede umido sulle piastrelle lisce con la muscolatura che non ti risponde neanche se la prendi a calci e che stai atterrando scomposta in un posto pieno di superfici dure e ostili.

Per fortuna dura poco; sono gia' a terra, incastrata fra la vasca e il lavandino, accasciata su un fianco. Mi fa male il culo, un polso e una spalla. Il cuore va a mille facendo un rumore d'inferno - o almeno mi sembra - ma che riesca a sentirlo e' gia' un gran passo avanti, in effetti.
Apro gli occhi; non ho ancora il coraggio di muovermi ma mi guardo per valutare eventuali danni macroscopici: costole che sporgono, laghi di sangue, cose cosi'.
Scorgo invece l'altra mano, quella che non e' a terra piegata in un angolo insolito, posata sul ventre. Vedo il cordino di cuoio che gira tre volte intorno al polso e le unghie tagliate corte. E' la mia mano, non ci sono dubbi, e non e' li' per caso. Si e' mossa da sola, di istinto, senza dirmi niente: le dita aperte seguono rigide la curvatura della pancia. E' li' a proteggere.
Comincio a tremare: lo spavento certo, ma anche qualcos'altro. E' un tremito che non riesco a placare e li', accartocciata sul pavimento allagato, mi metto a piangere come una bambina.
Uno di quei pianti che ci si concede raramente, da adulti, di quelli in cui si sente la propria voce senza riconoscerla; un pianto di cui avevo bisogno, credo, da tanto tempo.

Quando cominciano a battermi i denti mi alzo con cautela - non sembra ma imparo dai miei errori - e mi trascino verso il letto appoggiandomi ad ogni stipite o cassettiera che incontro. Mi infilo sotto e tiro il piumone fin sopra la testa.
In questo piccolo antro morbido e buio cerco di calmarmi e di respirare, ma mi sento sola, sola da morire. Ho bisogno di averlo qui, l'uomo che amo. *Adesso*. Che mi consoli, che mi tenga stretta sotto le coperte e mi culli. E mi scaldi, anche: ho un freddo del cazzo.
Sarebbe bastato cadere qualche centimetro piu' in la' per beccare il lavandino proprio sulla nuca.
Potevo morire.
Mi avrebbero ritrovato cosi': nuda, scomposta e con un grosso dildo di lattice affondato nella vasca piena di acqua ormai fredda. Scena da film!
Che tristezza pensare a quanto avrebbero pianto tutti: i miei genitori, il mio compagno, mia sorella, amici e parenti a telefonarsi, a dirsi sussurrando che ero anche incinta, a chiedersi l'un l'altro di quanti mesi.
Chissa' quanto ci mette a morire un feto, dopo che muore la madre... pochissimo credo, deve avvenire per una specie di avvelenamento del sangue. Indolore spero.

Come e' triste pensare alla propria morte, eppure com'e' dolce.
Ha un che di consolatorio immaginare tutte queste persone che soffrono per te, che ti vogliono bene e parlano di te, e dicono quanto eri brava, e bella, e giovane; per un po' sei al centro dell'attenzione di un sacco di gente. Morta, certo, ma pur sempre nei loro pensieri. Buttalo via.

Mentre mi crogiolo nel mio cinismo un pensiero mi attraversa la mente e mi fa spalancare gli occhi: se dovesse davvero succedere, se dovessi schiantarmi con la macchina da qualche parte, se mi cadesse un ramo in testa... dio bastardo! nessuno sa di lui, nessuno potrebbe avvertirlo.
E' orribile.
Potrebbe non sapere la verità per mesi; passerebbe i primi giorni a chiedersi cosa sia successo, manderebbe al mio cellulare scarico centinaia di messaggi preoccupati, poi disperati. Morirebbe di ansia e di paura.
O potrebbe venire a saperlo da altri, per caso: "Hai saputo chi e' morto?" "No, chi?". Cazzo, non puo' succedere cosi'. Devo dare il suo numero all'unica persona che sappia di lui. Devo! Se fossi in un letto d'ospedale con la vita appesa a un filo correrebbe da me, ne sono certa, e potrei almeno vederlo un'ultima volta.

Spero di essere cosciente, quell'ultima volta.
Spero di poter riconoscere i suoi occhi e fargli un cenno, anche solo un battito di ciglia, come ha fatto mia nonna pochi attimi prima di morirmi fra le braccia che per un unico, brevissimo istante e' tornata indietro e mi ha riconosciuto e il suo sguardo mi ha detto: "Ah, sei tu. Bene."
Si', vorrei poter restare aggrappata alla vita quel tanto che basta per dargli il tempo di raggiungermi. Per dirgli che lo amo e che lo amero' per sempre. Considerato il poco tempo che mi rimane da vivere questo gli piacerebbe: ne riconoscerebbe la cinica, bastarda ironia e ne sorriderebbe; col cuore a pezzi, ma ne sorriderebbe.

Mi rannicchio di piu' sotto le coperte, stringo la mano fra le cosce e premo fino a farmi male. Con l'altra mi carezzo il ventre in punta di dita e risalgo il fianco procurandomi brividi di piacere.
Fra le tante cose che mi mancano di lui questa e' una delle piu' feroci. Provo un male quasi fisico tanto avrei bisogno di toccarlo.
Serro gli occhi, mi tocco e mi perdo in un ricordo: siamo in piedi, vicini, lui nudo e io vestita: assaporo sotto i polpastrelli la seta dura del suo ventre, i capezzoli piccoli e turgidi, il disegno dei muscoli sulle spalle irrigidite; lance sottili di piacere mi scivolano addosso.
Lo sento vicino, sento l'aria che smuove quando si lascia cadere nella poltrona con un sospiro, sento la musica bassa, le note sensuali che mi sciolgono i fianchi mentre qui c'e' silenzio, un silenzio terribile e sono sola.

Ho fatto cosi' poche scelte nella mia vita, dio santo, ho avuto cosi' poco coraggio; e quanti muri mi sono costruita, quante gabbie mi sono chiusa dietro le spalle per non rischiare di perdere le mie battaglie.
Eppure certe volte nella vita - come in una guerra - bisogna arrendersi, e io di fronte a lui mi sono arresa: ho smesso di proteggermi, di nascondermi. Senza neanche rifletterci, solo seguendo l'istinto, gli ho consegnato le armi: quelle dell'anima e quelle del corpo, mille volte e in mille modi.

Come in questa immagine che mi e' rimasta in testa e in cui mi cullo dondolandomi piano: la pennellata dei miei capelli che tagliano l'aria, il suo sguardo colto al volo mentre mi giro di schiena fra le sue gambe aperte e danzo per lui una musica sensuale, la mia resa formale.

Passione, mancanza, dolore, piacere. Desiderio, lussuria, paura. Vita e morte. Vita e morte.
Quanto e' stupido pensare che non siano legate, che una donna che aspetta un figlio possa concepire solo la vita, che non accarezzi la morte.
Io le porto entrambe, non ho paura ad ammetterlo: una nel ventre, l'altra nel cuore; e forse domani riusciro' finalmente a scrivere quel cazzo di racconto.



Data creazione: 08/06/2008 @ 22:14
Ultima modifica: 29/10/2009 @ 19:43
Categoria: 2008|Racconti
Pagina letta 15297 volte


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Commenti:


Commento n° 7 

da meco60 il 02/10/2009 @ 01:57

sono rimasto davvero impresionato dalla realta dei fatti.......


Commento n° 6 

da Veronica il 02/10/2009 @ 00:54

un'esplosione di vita.ti leggo spesso t ho scritto anche 1mail.sensazioni autentiche che tolgono il fiato.leggere e trovarci la propria storia.in questa ci sono tutta.grazie x avermelo ricordato.t passo il mio blog alla tua mail.continua t prego a scrivere e a farci scopare con l'anima.


Commento n° 5 

da jarno il 06/05/2009 @ 08:56

wow


Commento n° 4 

da claude il 21/02/2009 @ 04:14

sono rimasto senza fiato...e ti assicuro che non mi capita spesso, complimenti!

 


Commento n° 3 

da Mic il 16/09/2008 @ 11:13

splendido...molto ben scritto e con un non so ché di poetico. complimenti!!


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