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2008|Racconti - Amen

27.04.08


Io odio i matrimoni. Qualunque sia il credo.
E lo so, lo so! L'incipit è vergognosamente rubato, ma questo e' quello che penso intensamente da ore, ormai; mi girano le palle e non ho altre parole che possano esprimere meglio il concetto.
Li o-dio.

Rimugino il concetto ora che tutti hanno trovato finalmente posto sulle panche e per fortuna mi capita una discreta visione davanti: una schiena scoperta fin quasi alle natiche, benedetta ragazza, velata da uno scialle trasparente che dovrebbe renderla pudica. Certo, come no. Talmente pudica che non riesco a staccare gli occhi da quel lembo di stoffa laggiu' in basso, posato su una spina dorsale deliziosamente inarcata.
Ha una pelle a grana fine, questa sconosciuta a capo chino, di un bel colore ambrato; deve essere bella da sfiorare.
E sotto le mani poggiate in grembo sento distintamente la tua, di pelle.

(La pelle del tuo viso, la prima volta che ti ho sfiorato, cosi' incredibilmente liscia. Sdraiate una accanto all'altra, vicine. Una mano, la mia, che ti vagava con dolcezza sulle sopracciglia, sulle tempie, nel lieve imbarazzo di una situazione nuova ma attesa per cosi' tanto, e cosi' tante volte sognata. Il profumo dolce sulle tue spalle che sono venuta ad annusare posandoti il naso sulla pelle, superando quella piccola distanza che ancora ci separava.
E' stato cosi' facile sostituire il naso con le labbra ridacchiando, dicendoti quanto era bello stare li' con te. Poi prenderti il volto fra le mani e sfiorarti le labbra. Labbra morbide, piccole, insinuarci la lingua e trovare i denti, sottili.
La schiena che ti si muoveva inquieta mentre allargavo le dita a coprirla tutta, sfiorandoti appena o pesandoci su, affondando nelle spalle o nei lombi, premendo punti che sapevo piacerti. Non chiedermi come.
La pelle tesa dei tuoi fianchi scoperti, esplorati mentre continuavo a baciarti, quella impalpabile dei tuoi seni che mi riempivano la mano, quella rigida dei capezzoli mentre li prendevo fra due dita facendoli ergere come piccoli cazzi.
La tua pelle, tutta, sotto le mie mani.
E noi due, superato ogni imbarazzo, a frugarci con frenesia crescente invase solo di voglia, pura, cruda, violenta.
Il punto di non ritorno ormai lontano, dimenticato.)

Ed e' tutto cosi' reale che apro le mani, seduta su questa panca dura, e mi stupisco di trovarle vuote. Allora mi guardo intorno e realizzo di essere a un matrimonio. Dicevo.

Odio le spose, tanto per cominciare, col loro vestito da migliaia di euro e lo sguardo un po' ebete e stanco. Sono gia' distrutte, ancora prima di partire per questa nuova vita da mogli e madri; e glielo leggi negli occhi, nel sorriso forzato con cui baciano centinaia di persone, una dopo l'altra, in fila davanti a loro manco fossero reliquie.
Tutti a dire come sono belle e com'e' bello il vestito. Io che invece vorrei dir loro quanto sono brutte oggi, cristo, truccate con quel pallore virginale imposto dalle estetiste. Come se non fosse piu' bello e piu' vero un allegro rossore, che le emozioni dovrebbero imporporare le guance, non renderle d'alabastro come statue funeree.
E le perle? Vogliamo parlare delle perle? No, non vogliamo.

Odio anche gli sposi maschi, sia chiaro. Con quell'aria rilassata e tronfia di chi pensa di essere a posto, ormai. Ripassa fra due anni, cocco, poi mi dici se e' proprio come l'immaginavi, la tua sposina. E poi ascolta: mettici un po' di fantasia a letto, cazzo, che le donne vogliono molto piu' di quello che dicono e lei si stufera' presto della tua posizione standard e di farti pompini asfittici.

(Che emozione scendere a cercarti la fica con la bocca, la prima volta.
Nel buio piu' totale delle vecchie persiane di legno che non lasciano passare neanche una speranza di luce, tastando come un cieco con le dita - cercando di capirci qualcosa - mi districavo fra le pieghe della tua carne, mi avventuravo nei tuoi profumi e nei tuoi sapori. Le tue mani che mi artigliavano la pelle sotto i colpi lievi della lingua, sotto la stretta dei denti.
Mi stupivo del tuo inarcarti, del tuo aprire le gambe in una muta preghiera. E mai, credo, mi ci abituero'.)

"Preghiamo" dice il tipo.
La mia vicina su questa cazzo di panca è una mia amica, una tipa minuta ma ben fatta che mi e' sempre vagamente piaciuta. Oggi pero', mentre si risiede in uno dei tanti balletti che facciamo per seguire i dettami di questa liturgia demente, la gonna le si tende sulle cosce e io faccio davvero fatica a non posarle una mano sul ginocchio puntuto. Ho voglia di prenderla per i capelli, sulla nuca, e baciarla.

(Come prendevo te, per la nuca, stringendo sapendo di farti male, come baciavo te, ogni momento, in ogni angolo della casa, con una voglia di metterti la lingua in bocca che non si placava mai, mai. Ti baciavo quando rientravi a casa, ti baciavo su quel divanetto tremendo che si apriva in due mentre scivolavo quasi col culo a terra, ti baciavo a letto, levandoti il rossetto, mangiandomelo e lasciandoti cosi', senza trucco e senza inganno.

E lascia che te lo dica, per inciso, che anche se amo i tuoi anelli, i tuoi occhi bistrati, il tuo essere pesantemente femmina, non ti ho mai visto cosi' bella come quando mi hai guardato - saranno state le quattro di notte - senza piu' uno straccio di forza neanche per parlare e senza piu' ombra di trucco da nessuna parte.
Pallida e chiara, illuminata solo da una qualche abat-jour o forse dalla luce dei lampioni, scuotevi piano la testa, gli occhi come due laghi neri truccati solo di stupore e incredulita'.)

Sfoglio istericamente il libretto per cercare di capire quanto manca, ma siamo ancora all'inizio, merda; lo incastro sotto il mazzo di fiori sullo schienale della panca davanti. Odio anche quelli: i fiori recisi che sanno di bara, di decomposizione.
Odio i riti ai quali nessuno sembra aver voglia di rinunciare: la madre dello sposo che lo accompagna e lo "cede" alla sposa (ma quando mai, e' gia' li' che pensa a come incastrarlo col pranzo della domenica); la sposa che deve arrivare quando tutti sono entrati, possibilmente un po' in ritardo che tutti comincino a fare battutine idiote sul fatto che ci abbia ripensato; l'entrata in scena con quella marcetta come sottofondo musicale, come se sposarsi fosse un trionfo, una vittoria, non una gioia.

(In quel caffe' arabo a un certo punto hanno alzato la musica al massimo. Ricordi? Gorgheggi berberi sparati a tutto volume, per fortuna e' durato un attimo. Eravamo li' semisdraiate sui tappeti, puntellate dai cuscini. Parlavamo, io ti tenevo un braccio in grembo e muovevo pigramente la mano, carezzandolo. Tu avevi gli occhi tristi per un qualche tuo motivo e io cercavo di farti sparire quell'ombra dagli iridi.
Davanti a noi c'era un gruppetto, due ragazzi e una ragazza. Uno dei due, quello rivolto dalla nostra parte, continuava a guardarci distogliendo gli occhi ogni volta che lo scoprivamo. Chissa' quante domande si sara' fatto, chissa' se avra' immaginato i nostri corpi nudi e intrecciati, i miei capelli sciolti sulle spalle agitati dal movimento, le tue dita laccate infilarsi con cautela dentro me. Non avra' ascoltato nulla di quello che gli dicevano, credo, concentrato anche lui sulle carezze piene di promesse che disegnavo sulla tua pelle. Di sicuro gli sara' diventato duro.
Avrei dovuto baciarti. Oh si', cazzo: sfiorarti le labbra con un dito, attirarti a me e baciarti. Avrei dovuto farlo venire nei pantaloni, quel pischello.)

Mi guardo intorno annoiata, poso lo sguardo sugli affreschi, sulle statue. Non riesco a farmi piacere l'ambiente, non c'e' niente da fare. Io odio le chiese, in generale.
Odio l'idea stessa di "sentiti un merda" che veicolano nelle altezze, nelle colonne immense, negli addobbi inutili. Odio il concetto di "pentiti" che trasuda dagli inginocchiatoi, quello di "purificati" che galleggia nelle acquasantiere, quello di "soffri" che scende dallo sguardo di santi mai esistiti, di cristi agonizzanti, di papi morti e sepolti di cui restano solo mucchietti d'ossa fragili.
Le uniche chiese che mi ispirano qualcosa, e di certo non sentimenti religiosi, sono quelle molto piccole, possibilmente spoglie, possibilmente mezzo dimenticate in mezzo a un bosco, o a una campagna. Se manca anche il tetto e l'erba comincia a sostituire il pavimento, allora sono perfette; ma non si puo' aver tutto, dalla vita; mi accontento anche se ce l'hanno ancora, il tetto, vorra' dire che non potro' vedere le stelle mentre scopo.

Ora che fanno? Che cavolo fanno? Dio santissimo che mi vuoi male, stanno enunciando tutti i santi, uno per uno. Per ognuno il chitarrista canta una noiosa litania e quelli rispondono con una litania ancor piu' noiosa, qualcosa che riguarda il proteggerci, o il perdonarci, boh. Sfoglio il libretto velocemente, e merda! sono una marea e loro sembrano non stancarsi mai di invocare: santa chiara, santo egidio, santi piero e paolo, santo giovanni, santo qui, santo la'. Santa pazienza. E vanno avanti a invocare, invocare...

(E non sanno, non possono nemmeno immaginare quanto era bello sentirti invocare, gemere, la bocca attaccata alla tua fica, due dita che esploravano dentro ruotando piano, scoprendo come sei fatta, imparando la geografia del tuo piacere. L'altra mano posata sul pube a tendere la pelle fino a farti morire di piacere, sciogliere il cervello. Non possono sapere quanto godevi, quanto urlavi, e con che forza ti contorcevi stringendo le lenzuola fra le nocche sbiancate. Non riusciranno mai capire quanto fosse bello tenerti con la forza, le braccia infilate sotto le cosce per impedirti di fuggirmi da sotto mentre venivi, importi quel piacere che non riuscivi quasi a sopportare e sentirti invocare. Si', cazzo, invocare dio.)

Ecco che si alzano tutti e io posso sedermi, finalmente. Vanno a fare la comunione, docili come pecore, miti e piegati come fiori appassiti. "Qui per l'ostia, li' per il vino", dice il prete con tono da vigile urbano e via, tutti in fila per uno fra le panche semideserte, occupate dai pochi che non si sentono abbastanza purificati da poterlo fare, e da quei pochissimi (due) che sull'ostia ci spalmerebbero volentieri della nutella, che a mangiarla cosi' non sa proprio di niente.
L'unica cosa buona della comunione, devo dire, è l'Ave maria di Shubert. Finalmente qualcosa che non sia un fottuto giro armonico; e' una musica quasi erotica, invece: ha un tempo lento e sinuoso, con un crescendo decisamente sensuale.

(Come il tempo del tuo corpo quando ti leccavo il culo senza fretta, con la voglia di aprirtelo che mi colava fra le cosce.
La prima volta che mi hai messo la mano fra le gambe e hai sentito quanto fossi bagnata, solo per qualche carezza che ci eravamo scambiate, hai tirato fuori un gemito di sorpresa che mi si e' stampato nel cervello; avevi uno sguardo soddisfatto che conosco bene, che credo di avere spesso. Eri felice come una bambina che avesse trovato il barattolo delle caramelle e ci sei andata spesso poi a frugarmi fra le gambe, a bagnarti le dita ogni volta stupendoti, rabbrividendo quasi per quel tesoro che trovavi cosi' facilmente.
Facilmente, certo: con te era un'eccitazione costante, cazzo. Uno stato mentale che sembrava non interrompersi mai, nemmeno mentre facevo la doccia, camminavo per strada o prendevo l'autobus. Un continuo avere in mente posizioni, oggetti, parti di te aperte o chiuse, legate, parole da dirti, cose da farti; un continuo masturbarsi la mente in tutti i modi. E un continuo cambiarsi le mutande, anche.)

Scambiatevi un segno di pace.
Volentieri, cazzo! Finalmente posso baciare la mia amica; che poi lei ha questo modo cosi' carino di baciare - posandoti proprio le labbra umide sulla guancia - che ho sempre trovato interessante. Tu ti avvicini nel classico bacio a vuoto e invece lei ruota il capino, docile, e voila': ti appoggia questo bacio sulla pelle. Non sa quanto rischia oggi, la bella, che anche io mi giri verso di lei e le intercetti le labbra. Non lo sa.

(Ti baciavo, gia'. E tu ti muovevi verso la mia bocca impaziente di arrivare a toccarmi, sempre. Tranne quella volta in cui ti ho premuto una mano sulla fronte, eravamo sedute sul divano e ti ho detto di non muoverti, per nessun motivo. Poi ho giocato con le tue labbra, sfiorandoti e negandomi, con calma, fino a farti cedere.
Avrei aspettato anche un secolo, lo capisci, pur di farti cedere.
Ma e' bastato meno; ti sei mossa vogliosa, quasi mordendomi. Ti ho sgridato con voce cattiva, strizzando un capezzolo. "Non devi muoverti" ho ripetuto allontanandomi quel tanto che bastava per poterti schiaffeggiare la fica ancora inguainata nel pizzo. Schiaffi neanche tanto gentili, guardandoti sussultare e gemere; ma mai chiudere le gambe, meravigliosa creatura.
Poi ho ripreso a sfiorarti le labbra bagnandole di saliva, aprendoti la bocca con una violenta invasione di dita e lingua. E tu che fremevi sotto di me, il collo irrigidito dalla battaglia fra la voglia di agire e la volonta' di obbedirmi, stavolta, a tutti i costi.

Dopo, inginocchiata fra le tue gambe, ti ho scopato con il bacino. Con le ossa dure del pube ti sbattevo, tu sempre piu' aperta, scivolata in avanti sul divano mannaro per sentirmi meglio. Ti scopavo senza cazzo, i vestiti ancora addosso, facendoti godere solo con l'idea.
Smettevo solo per baciarti o per calare ancora la mano sulla tua fica fradicia, picchiandoti senza farmi commuovere, senza piu' un briciolo di sanita' mentale.
Avevi una mutanda di pizzo bianco che non ti ho mai levato, per tutto il tempo. Tesa sulle tue labbra gonfie, ricamata come l'abito della tizia, qui davanti.)

Odio anche il vestito da sposa, ovviamente, che deve sempre essere bianco da vergine, anche per le troie. In verita' in verita' vi dico che questo di oggi e' uno dei pochi casi in cui so per certo che la sposa e' illibata, quindi glielo passo. Comunque deve avere sempre almeno due rose sul culo che reggano le pieghe e un corpetto rigido che non renda facile respirare.

(Il tuo respiro solo un po' piu' pesante mentre ti legavo i polsi impacciata, a cavalcioni del tuo petto e facendo uno schifo di nodo che si e' sciolto due istanti dopo. "Aspetta", devo averti detto mentre ripartivo con piu' decisione e meno pazienza.
Il tuo respiro quasi inesistente mentre ti avvolgevo la corda intorno a un seno stringendolo alla base fino a fartelo uscire, quel fiato, tutto di colpo in un "ah!" secco.
Il tuo respiro che si fa sempre piu' ampio quando stai per venire, che da sussurro diventa vocale, poi urlo. Con la voce che ti esce dalla gola senza controllo, diversa, completamente diversa dalla tua solita voce; che segue l'alzarsi e l'abbassarsi del tuo petto, incurante dei vicini, dei passanti, di ogni cosa.
Il tuo respiro che si ferma, sorpreso. Che si tramuta in gemito mentre mi stacco da te un attimo prima, ti carezzo come niente fosse aspettando che ti passi; che l'orgasmo, semplicemente, se ne torni indietro da dove e' venuto per poi ripartire, sintonizzata sulla tua voce, pronta a fermarmi di nuovo. Di nuovo, di nuovo.)

Che poi come idea non e' neanche sbagliata, sposarsi, dico. Insomma, siamo onesti, e' da quanto siamo ominidi che le specie ha evoluto questa cosa della coppia. Da Lucy in giu', a occhio e croce. Tutta colpa dell'aver sviluppato il cervello e non i muscoli. Logica, lingua, cultura, tutte cose che necessitavano di tempo per essere apprese e poi tramandate.
Vi siete mai chiesti come mai un piccolo di emu' a 5 minuti dal parto corre dietro alla madre e invece quel ragazzino la' dietro, a due anni, urla e strepita come un ossesso e non sa neanche stare seduto? Ecco perche': ha bisogno di tempo per imparare e deve per forza rimanere inetto, dipendere dai genitori, dalla famiglia, dal clan, per molti anni ancora. Se diventasse indipendente troppo in fretta se ne andrebbe per il mondo a un anno o due senza saper nemmeno parlare o rimorchiare. Un disastro per la specie.
Molto meno per noi, certo, che ora avremmo un po' di pace, ma tant'e'.
La coppia? Uno scherzetto dell'evoluzione. L'amore? Un trucchetto ben riuscito per tenerci li', in due, incollati al bebe' con aspirazioni da Caruso, per obbligarci ad amarlo, proteggerlo e insegnargli qualcosa.
E allora, ok, ok! Se coppia deve essere, che coppia sia. Ma che debba durare per sempre, questo non e' mai successo, non sta scritto da nessuna parte. Anzi, probabilmente le nostre antenate se ne sceglievano un altro, di scimmione, dopo qualche anno. Si prendevano il miglior patrimonio genetico sulla piazza, mica fesse come noi che per un po' di carne fresca dobbiamo fare miracoli di equilibrismo.
Dai, non siamo fatti per amare per sempre.
Non ne siamo in grado, biologicamente. Ecco la verita'. Lo so io, lo sapete voi, lo sanno quei due che danno la schiena a tutti - maleducati - e si scambiano promesse d'amore eterno che stridono alle mie orecchie come unghie sulla lavagna.

(E si' che te ne ho fatte promettere di cose.
Il cazzo di legno ti era uscito per l'ennesima volta dal culo. Ti avevo messa carponi, il petto schiacciato sul materasso e te lo spingevo dentro, nel buco ormai largo, poi risalivo il tuo corpo con labbra e carezze e venivo su a baciarti, a dirti cose all'orecchio tirandoti indietro il collo, infilandoti quell'altro cazzo di gomma in bocca. E quel coso ti sgusciava fuori, non c'era niente da fare. "Perche' non mi hai avvertito, troia? Voglio che tu me lo dica, quando senti che sta per uscire. Devi averlo sempre dentro. Sempre." Ti dicevo. Volevo sentirtelo dire, mi piaceva farti parlare, non solo gemere. "La prossima volta che ci vediamo - ti ho detto a un certo punto mentre lo rimettevo al suo posto, ben in fondo alle tue viscere - voglio che ti sia comprata uno di quei cosi che si infilano nel culo e non ne escono".
Te l'ho fatto promettere.
"Prometti che te lo andrai a comprare, uno di quegli affari che non so come si chiamano. Te lo infilo nel culo e ti ci porto in giro tutto il giorno". Ho detto. E tu rabbrividivi, ad ogni parola.
E ancora dopo, di traverso sul letto, nude e stanche, a chiacchierare del piu' e del meno come due liceali svampite, di nuovo te l'ho fatto promettere, con gli occhi che ridevano. Quel coso che neanche adesso so come si chiama, 'affanculo.)


Ecco che il prete ha riattaccato a parlare. I preti li odio in modo viscerale, ve lo sarete immaginato. Soprattutto quando sono come quelli di oggi: ottusi, retrogradi, stupidamente di destra e fanno battute di pessimo gusto credendosi pure spiritosi. Battute che ovviamente riguardano quelli come me: i non credenti, i miscredenti, gli eretici - che satana se li porti all'inferno - comunque vogliate definirmi. Quelli che non si bevono le loro stronzate, via.
Poi quello di oggi e' un virtuoso dell'intolleranza, un campione di idiozia, uno di quelli che noi dentro, voi fuori. Noi in paradiso, voi all'inferno.
Magari, mi viene da pensare, pur di non rivederti mai piu'.
Peccato che sia io che te, pretazzo, saremo cenere, il giorno dei giorni. La mia pero' odorera' di resina e di fuoco; invece tu, potrei scommetterci l'utero, ci metterai centinaia di anni prima di smettere di puzzare.

Chissa' cosa direbbe il prete unticcio dal signore se ora, proprio mentre parla di unioni giuste - quelle fra uomo e donna - e di unioni sbagliate - tutte le altre - mi trascinassi l'amica con la gonna arrapante contro una colonna di marmo, le prendessi la faccia in una mano e la fica nell'altra e la baciassi.

(Come ho fatto con te, spingendoti contro lo stipite della tua camera da letto, torturandoti i capezzoli e le labbra, scansando le tue mani che cercavano il contatto e spingendotele dietro ad abbracciare il legno, legandoti con due sole parole: "resta li'".
Poi sono andata a bere camminando come un uomo perche' mi ci sentivo, coi miei jeans larghi e questa terribile voglia di fotterti; questa voglia - che devo sempre aver avuto da qualche parte - di avere un cazzo che mi diventasse duro fra le gambe, che fosse sempre li', pronto per essere ficcato in qualsiasi tuo buco mi venisse in mente. Avevo la bocca riarsa.
Ho preso il bicchiere, aperto il frigo e preso qualcosa mentre tu restavi ferma, col respiro ansante. Come legata. Ti vedevo con la coda dell'occhio senza girarmi, fingendo di ignorarti mentre eri l'unica cosa che avessi in testa, da giorni; il volto un po' reclinato indietro, lo slip ancora infilato nella fica per il mio tirare di prima, a scatti, facendoti segare il culo e il clitoride dal tessuto.
"Mettiti una gonna" ti ho detto dopo, tornandoti vicino, baciandoti con dolcezza per liberarti dall'incantesimo. E siamo uscite.)

Esco a prendere una boccata d'aria.
"...e quindi uscimmo a riveder le stelle": mai come adesso capisco cosa volesse dire, anche se e' giorno e c'e' un sole abbastanza limpido. Il piazzale e' vuoto, ma fra qualche minuto si riempira' di invitati vocianti e vestiti in modo improbabile. Si sta bene qui fuori, lontano dall'atmosfera opprimente della chiesa, dalle parole insulse del prete, dalle candele che colano cera come lacrime dolenti.

(Maledetta stronza, me l'hai versata addosso senza troppi riguardi, quella cera, eh? Ti sei vendicata per bene, non c'e' che dire.
Ho intuito cosa stavi per fare, certo, quando la luce della fiamma che avvicinavi ha attraversato il buio della benda, ma non sapevo ancora quanto mi sarebbe piaciuto. Le prime gocce le hai fatte cadere vicino al seno, sulla pancia; una o due giusto per farmi prendere confidenza con quel dolore piccolo e intenso che non se ne va subito, ma ti resta per un po' nel cervello a ricordarti di averlo provato.
Poi ci sei andata giu' pesante, hai versato cera come fosse acqua. La sentivo precipitarmi sulla pelle come piccole cascate ustionanti, scendermi in rivoli bollenti giu' per i fianchi.
Ho sperato che mi lasciasse segni, mentre inarcavo la schiena e tendevo le corde, ho sperato che mi marchiasse. Non e' stato cosi', sei stata fin troppo brava.)

Rientro.
Lo sguardo mi cade sul cristo in croce la' in fondo. Perde sangue rosso dalle mani e dai piedi. Beh. Ognuno ha i suoi marchi... io il tuo ce l'ho dentro.
Amen.




Data creazione: 30/04/2008 @ 13:37
Ultima modifica: 29/10/2009 @ 19:42
Categoria: 2008|Racconti
Pagina letta 7027 volte


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Commenti:


Commento n° 5 

da vivi il 04/10/2009 @ 00:07

parole che arrivano dentro come il sex seguito dall'amore.violente e secche come il piacere.Ancora una volta un applauso a questa geografia della vita


Commento n° 4 

da Jarno il 07/05/2009 @ 11:20

ma no, cosa cazzo vuoi che scriva dopo aver letto questa meraviglia............


Commento n° 3 

da ilaria il 29/12/2008 @ 23:13

stupendo.


Commento n° 2 

da nicola il 15/06/2008 @ 01:09

..è una vita che non vado in chiesa..mi chiedo se sia il caso di farci una capatina ogni tanto..Forbidden!..


Commento n° 1 

da attilio il 02/06/2008 @ 18:25

bel racconto,

mi piacerebbe leggere altro dello stesso/a autore.

penso che tu sia una donna.complimenti.



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