| 14.09.07
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Lui, Federico, e' in piedi. Legato a una colonna con la schiena contro i mattoni ruvidi, le gambe spalancate. Nudo tranne per il collare.
Tu, invece, sei ad un passo. Sei seduto ma non puoi reagire perche' non sembra, ma sono una donna previdente e ti ho assicurato al divano. I polsi stretti insieme, gli avambracci uniti. Volute di corda s'avvitano come il cappio di un impiccato e da esse parte una cima esile ma robusta: e' lei che ti inchioda alle zampe del divano. Morbida e lasca, ti concede il movimento ma non la liberta': stasera sei il mio cane alla catena.
C'e' un filo di musica che scorre basso e mi lascio condurre dalle note strusciandomi su di lui lentissima e sinuosa, gatta. Salgo e scendo sfiorandolo col culo, il seno, le dita leggere e i capelli che frustano. I suoi occhi non li incrocio mai mentre ballo la lap-dance intorno al suo cazzo. Guardo te.
La mia voce e' un sussurro roco e suadente nelle sue orecchie; di demone e sirena. Per te e' solo risacca, ma per lui e' miele avvelenato che si insinua dentro scavando tra desideri proibiti e paure. La voce racconta cio' che gli farai tra poco. La voce gioca, cavalca. Descrive com'e' la prima volta, cosi' straziante e supina, assoluta di brividi e perle di sudore. La voce consola, promette e compiange perche' - spiega - ce l'hai lungo, largo alla base e non hai pieta'. Creo immagini per lui perche' si lasci andare alla deriva com'e' abituato a fare con la tua, di voce, da sempre. Scendo a toccarlo per la prima volta, frugo nella V rovesciata dell'inguine, calo decisa sull'asta: un solo movimento per anticipare e privare, per lasciare la voglia in bocca. Sono meno gentile con le palle, le stringo a lungo per sottolineare il concetto, smetto solo quando si contrae in un'esclamazione.
Tu sei immobile come una sfinge, ma gli occhi d'ambra lampeggiano in veli di emozioni: eccitazione, divertimento, gelosia, fierezza, determinazione. Un'altalena equivoca tenuta a freno con un enorme sforzo di volonta', lo so, ti conosco. Ambiguo? Forse per altri ma non per me: sento la belva in gabbia. E sento che trama.
E' un gioco d'equilibrio. Ora lui e' al limite, respira forte e tira i lacci incidendosi segni sulla pelle. Lo abbandono e ti concedo cio' che a lui ho negato: la punta della lingua sui muscoli del petto, succube e lasciva. Lei, non io.
La tua nuca e' mia, stretta tra le dita. Tiro finche' pieghi il collo e separi le labbra; solo ora ti dico cio' che dovrai fare, e come. So bene cosa voglio da te: spingerti in ginocchio come un condannato di fronte al boia. Il suo cazzo troppo vicino, l'odore pungente che scavalca le narici e sale al cervello ferendolo con la novita' e la comprensione. Spingerti avanti a raccoglierlo in bocca. Ancora avanti, fino in gola. Voglio sentire il tuo singhiozzo soffocato quando verra', vedere la sua sborra colarti giu' dalle labbra come lacrime.
Ti libero. Sicura di me, intenzionata a farti gattonare fino a lui: gia' godo all'idea. Sciolgo i nodi troppo in fretta pero', abbandonando la prudenza; per me e' la fine. Un solo strattone, un'esclamazione di vittoria e pesante, violenta, una mano mi afferra i capelli. La coda, la mia sferza, ora e' un'arma che mi si ritorce contro, un giogo che mi piega.
Non vale! Da quanto aspettavi questo istante? Da quanto tramavi muovendoti piano, allargando le spire? Realizzo in pochi secondi che non c'e' piu' nulla da fare: inutile maledirti, inutile supplicarti, inutile persino far leva sul tuo senso dell'onore. Pare che tutto sia permesso, in amore e in guerra.
Mastico amaro e faccio resistenza, quel poco che mi e' concesso contro la tua forza. Mi spingi, una mano tra le scapole piena di capelli, i polsi stretti chissa' come dietro la schiena. Prostrata, recalcitrante, sono io ad avanzare verso la colonna, verso di lui. In un attimo sono spalmata sul suo corpo e tu mi premi addosso. Fianchi, petto, collo, ho i suoi occhi a pochi centimetri dai miei, sento il cazzo massiccio contro la pancia, la tensione trattenuta cosi' a lungo indurirgli le spalle. Il mio corpo reagisce istintivamente e scatta indietro per mettere una distanza, per guadagnare un centimetro; ma tu premi forte e incalzi, mi schiacci.
Trattengo il fiato mio malgrado. E' eccitante e imbarazzante questa vicinanza forzata: sentire i corpi che aderiscono al mio da direzioni opposte, i vostri cazzi che incombono come due presagi di carne, due odori che si mischiano: il tuo cosi' noto e il suo quasi sconosciuto ma che non scordero', dopo stanotte. Due respiri sincroni, ansimante e rotto il suo, misurato il tuo, mi imprigionano come sbarre di una gabbia. Non sembra esistere niente oltre i confini dei nostri corpi attaccati. Da' alla testa.
Parole da sopra le spalle: "Ora puoi fargliela pagare, Fede... dimmi come." Lui sorride, crede di aver ritrovato il suo alleato di sempre. "Falle male" ringhia a mezza bocca con uno scatto di reni che mi spinge il cazzo contro la carne morbida del ventre. E' forse l'unica cosa che puo' fare, legato com'e', ma non e' sempre saggio cedere all'istinto. Non credo che si renda conto d'aver fatto un errore. Un piccolo, microscopico errore di valutazione...
La fune ancora ti si arrampica sui polsi e sugli avambracci. La impugni, la tendi due volte davanti alla sua bocca facendola schioccare secca, sonora. Un suono inquietante che preannuncia l'ordine dolce e perentorio: "Apri". Odio la tua voce. Il suo potere di separare le labbra, violarle e far chiudere i denti su un morso improvvisato. Per te. Annodi la fune sulla nuca, lasci che i capi scendano liberi come liane percorrendogli il collo e la schiena, le anche, le natiche.
Le tue mani ora risalgono carezzevoli lungo i miei fianchi. Una rassicurazione, un marchio di possesso o un preludio. Una si chiude sulla bocca, inattesa e dura. L'altra si insinua fra i nostri corpi, cerca e trova, divarica e prepara. Sento che premi, che ti fai strada: lo desidero e lo temo - come sempre - e miagolo un dissenso che non ha altro scopo se non eccitarci di piu'.
Pianto gli occhi in quelli di Federico: se vuole vendetta, che sia ben fatta. Silenziosamente lo sfido a non staccare gli occhi dai miei mentre mi infliggerai la "vostra" punizione. Dovra' sostenere uno sguardo, il mio, mentre si fara' lucido, forse supplicante. Dovra' godere, soffrire e desiderare: di fare e subire. Ogni cosa. Naufragare. Colare a picco insieme a me, subire la violenza in uno specchio.
Sento il tuo respiro sul collo. Animale. Calmo. Lungo. La lingua si stende e la sua punta mi sfiora le scapole. Sai bene cosa sto facendo perche' io e te siamo uno. Federico sposta gli occhi cercando sostegno nei tuoi, come se avesse scampo. Illuso.
Uno schiocco rimbalza secco. Schiaffo e carezza che gli piega il viso. Abbassa lo sguardo fiammeggiando di lussuria e ringhia. Tradito. Blandito. "Goditi questa follia" mormorano le tue labbra. Tu vuoi che mi guardi. Ti nutri delle emozioni che lo squassano e gli fai vivere il contrasto tra il mio volere, la sua anima e te, tutto cio' che sei per lui. Lo sprofondi nella confusione tenendolo per mano e gli strappi la poca umanita' che ancora gli rimane.
Affondi. Una fitta che spiana il cervello. Sgrano gli occhi nei suoi. Bevo le sue emozioni, amplificate e riflesse. Piacere, paura, possesso, desiderio, impotenza. Il grugnito animale di eccitazione. Vivo. Le labbra esangui, premute dalla tua mano, liberano affannosi echi di gola che rotolano fuori e lo investono, lo scopano. Mi sollevo sulle punte. Cerco di sfuggirti perche' e' l'unica cosa che riesca a fare ma fin dove posso arrivare? Le mie spalle premute sulle sue. La mia voce sul suo collo mentre arrivi in fondo. Mi squarti.
Restiamo immobili mentre lasci che mi abitui, che le nuvole immaginarie di respiro diventino regolari. Una stasi in cui solo la tua lingua mi si muove sul collo, morsi leggeri destinati a calmarmi, blandirmi. Scosti a una a una le dita che mi tappano la bocca, un gesto lento come se sgranassi un rosario. Libera, gli addento piano un orecchio. Esalo leggerissimo un gemito, un sospiro. Docile.
Mi spingo indietro, ti vengo incontro; natiche, curve, culo, tutto, senza pensare. Un'invocazione rompe il silenzio: Federico. Sente il distacco, aria fresca che passa fra me e lui. I suoi occhi ti supplicano non sa nemmeno lui per cosa: forse di liberarlo, forse di fottermi. Ma che valore hanno le preghiere di uno schiavo?
Eppure e' un segnale. Cio' che aspettavi per passare all'azione. Sbattermi, finalmente: senza fretta ma godendo di come l'asta mi affonda dentro, dalla punta alla base, strappandomi il culo e il respiro. Grugniti di piacere, mani che stringono le natiche e poi sempre piu' veloce. Cosi'… cosi', uscendo del tutto e rientrando finche' non divento liquida e aperta. E' un istante, un momento netto ma impalpabile in cui la velocita' a cui mi pompi doppia quella della ragione, la supera e la scarta. Trasforma in carne e sangue cio' che fino al secondo prima era un sofisticato piacere della mente. Ora il sesso è un diamante grezzo. Amore, al di la' di ogni dubbio.
"Giu'" Un passo indietro per guadagnare spazio e una mano tra le scapole che sottolinea l'imposizione. Scendo aggrappandomi ai suoi fianchi per non cadere. La faccia schiacciata contro il suo petto. Non sono abbastanza in basso per prenderglielo in bocca ma voglio farlo, voglio farti sussultare, ingelosire, voglio sentire la tua furia nelle viscere.
Con uno scatto mi piego di piu' e glielo lecco: appena una pennellata ma ampia, generosa, umida e inattesa tanto da farlo sussultare nella morsa delle corde. E da tradirmi. E' uno strappo secco quello che mi tira su. Nessuna delicatezza e il sospetto di una bestemmia che sferza l'aria: "Guardami" Di sbieco, piegata, anzi di piu', prostrata, un cazzo che mi spacca il culo, il collo girato e scomodo: vuoi che mi sforzi per incontrare i tuoi occhi dietro l'orizzonte della spalla e con loro vuoi che te lo chieda: il permesso di farti male.
La richiesta ha la morbidezza della mia lingua: lecco l'aria mentre ti sfido con gli occhi. Tendi la chioma, mi scosti. L'altro palmo premuto alla base della schiena, mi spingi in ginocchio. Il cazzo che ancora mi impala, scendi insieme a me. "Va bene". Sibili. L'ho voluto io. Ora siamo a cosi' pochi centimetri da lui che l'odore selvatico del suo inguine ci avvolge entrambi. Le tue spalle mi accompagnano giu', le labbra raggiungono l'asta bollente. Lecco piano e ti do il tempo per farmi risalire fino alla cappella. Un pugnale che ti scende nel cuore e arriva a fine corsa. La stretta sui capelli si fa dolorosa.
"La punta - dici - bagnala bene". Mi trattieni e capisco. Raccolgo la saliva e ci sputo sopra. Federico sussulta, vuole vedere ma non gliene dai il tempo: con la destra tiri i capi della fune che ha in bocca, quasi gliela spacchi segnandogli le labbra. Lo costringi ad alzare il capo, su, verso il cielo: il collo una linea dritta con la colonna vertebrale.
Noi invece scendiamo su di lui, insieme. La tua bocca e' vicino alla mia, beve i miei respiri e se ne nutre. Tu sei con me, al mio fianco. Ogni cosa, ogni respiro, amore mio.
Lo succhiamo insieme confondendo le carni, rubandoci il posto, alternandoci. La mia bocca piena e la tua lingua che bagna, che si intromette, poi sei tu a prenderlo, a fartelo scendere in fondo mentre io ti lecco le labbra e disegno spirali sull'asta che freme, ti insegno senza parole.
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Lo succhiamo insieme confondendo le carni, rubandoci il posto, alternandoci. La mia bocca piena e la tua lingua che bagna, che si intromette, poi sei tu a prenderlo, a fartelo scendere in fondo mentre io ti lecco le labbra e disegno spirali sull'asta che freme, ti insegno senza parole.
Il tuo bacino si muove piano in un rollio continuo, un po' irregolare. Entri e io mi impalo in controtempo: voglio farlo affondare di piu', voglio sentire male, straziarmi per te; voglio piangere lacrime e godere, dare tutto e pretendere ogni cosa. Appartenerti come lo sento nel cuore.
Federico gode senza poter vedere il suo sperma che ci sporca il viso. Il mio e il tuo. Le nostre bocche che se lo contendono e se lo passano baciandosi avide, golose, ironiche, lussuriose.
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. . . .
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Ci alziamo uno per volta. Vieni a premermi di nuovo contro quel corpo ora ansimante, sudato. Mi aggrappo forte al suo collo e gli affondo i denti nella spalla mentre ti sento rientrare, le dita che mi premono dolorosamente i fianchi, il rumore sordo dei tuoi lombi contro il culo e il suo corpo che mi ferma, che assorbe i colpi.
Noi due siamo una cosa sola mentre godi dentro di me: selvaggio, animale, fuori controllo. Adoro sentirti cosi': mi strappa dalla realta', rende ogni pensiero una sensazione, ogni ricordo un marchio.
Adoro anche questo tuo uscire con cautela, stringermi a te, toccarmi la pelle come se fosse una cosa rara e preziosa. Ogni respiro, dicono i tuoi occhi. Ogni respiro, si': ogni respiro. Federico lo sleghiamo insieme ma sei tu ad accarezzarlo con lo sguardo ed un sorriso. Mi prendi per mano, ti lasci cadere sul letto portandomi con te, stringendomi forte, sussurrandomi mille cose con voce liquida.
Lui si siede sul bordo strofinandosi i polsi; ha ancora il respiro affannoso e si lascia cadere indietro incredulo borbottando qualcosa; qualche minuto e gia' si gira su un fianco addormentato, soddisfatto, sdraiato ai nostri piedi come un cane amato e fedele. Chissa' se se ne rende conto... Noi si.
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Data creazione: 14/09/2007 @ 19:49
Ultima modifica: 20/11/2008 @ 11:16
Categoria: 2007|Racconti
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