| 29.10.01
Elena la conosco da sempre. Da quando i pannolini le riempivano il culetto di macchie rosse e non sapeva spiccicare altro che la parola "cacca". A dir la verita' anche io non ero molto piu' grande... i pannolini li avevo appena tolti, e mi divertivo a farla in giro da tutte le parti, nel campeggio dove ci incontravamo ogni estate. Eravamo vicini di roulotte, e i nostri genitori stavano cosi' tanto insieme che per me era diventata una sorella. Una sorella estiva. Elena ed io abbiamo arrancato insieme sulle ginocchia sbucciate dagli aghi di pino, e abbiamo giocato a tutto quello a cui due bambini possono giocare su una spiaggia, ricoperti di crema densa e appiccicosa dalle nostre mamme premurose. Io sono piu' grande di lei di due anni.
I miei ricordi insieme a lei sono molti di piu' di quelli che ho con la mia ex ragazza... forse dovrei mettermi con lei, ma ora come ora non ho molte speranze, fa finta di non conoscermi, questa diciassettenne da urlo. La guardo adesso, non visto: porta a spasso con orgoglio due ginocchia senza ombra di sbucciature e un sederino impertinente e senza pannolino, mi passa accanto lasciando una scia di profumo alla vaniglia da trentamila lire. La preferivo quando odorava di gelato e big babool. Non so bene perche' mi eviti in questo modo, forse perche' ne abbiamo combinate troppe, quando eravamo piccoli, e lei ora e' una ragazza per bene, di quelle che si fanno baciare solo dopo che le hai portate in pizzeria un paio di volte...
Di Elena ricordo che amava fare i castelli di sabbia almeno quanto amava distruggere i miei. Ricordo che mi batteva sempre nella lotta, forse perché adottava mosse che ora definirei come minimo sleali: mi ficcava due dita negli occhi, mi abbassava il costume, urlava a squarciagola facendo accorrere bagnini e genitori...cose cosi'. Io non potevo fare nulla di tutto cio', ero quello piu' grande. E cosi' perdevo sempre. Ricordo che tornati dal mare, quando ormai le labbra ci diventavano viola dal freddo ed era troppo buio per cercare granchi da tenere nel secchiello, ci infilavamo insieme nelle docce del campeggio. Ci divertivamo come matti a sbirciare da sotto, dove la parete finiva, le docce vicine. Abbiamo visto una quantita' di cazzi e di fiche, io e Elena, di tutte le forme e dimensioni, e abbiamo sempre riso come matti, pisciandoci sotto molto spesso.
Per molte estati lei, che arrivava sempre qualche giorno dopo di me, e' venuta a bussare alla mia roulotte ancora prima che i suoi avessero parcheggiato la macchina. Mia mamma se la sbaciucchiava un po', "la principessina" la chiamava, poi io e lei diventavamo una cosa sola. Partivamo per il mare la mattina: due soldi di cacio con l'asciugamano e tutto il necessario per un perfetto castello di sabbia per tornare solo a merenda, a chiedere i soldi del gelato e la sera, quando il profumo di minestra ci attirava come la luce con le falene.
Io Elena la conosco meglio di chiunque altro... inutile che ora si metta quei costumi luccicanti e si senta cosi' fica nel suo corpo sodo di diciassettenne. Io lo so perfettamente cosa c'e' sotto quei costumi, la sua fichetta l'ho toccata e riempita di sabbia quando ancora non sapevo come si chiamasse! Che gioco stupido, a pensarci ora; eppure ogni tanto lo facevamo, con grande sgomento dei grandi. Consisteva nell'infilare sabbia bagnata nel costume dell'altro, piu' sabbia possibile. Ancora me la ricordo, la mia Elena, con quei costumini pieni di fiocchetti che le calavano sulle coscette per il gran peso della sabbia! Una volta a me venne un irritazione al pisello, per questo giochetto. Madonna che dolore! Credo che l'irritazione mi fosse venuta per il gran sfregamento a cui Elena l'aveva sottoposto nel tentativo di trovare anche da me una fessura in cui infilare la sabbia! La parte piu' noiosa veniva poi, nella doccia, a cercare di levarsi quella roba abrasiva da dentro!
Questi ragazzotti pieni di brufoli che le stanno appresso adesso farebbero carte false per aprirle la fichetta con una mano e levarle la sabbia con un dito, come facevo io... mi prendevo cura di lei, eh si, anche se avevo sei anni, e lei appena quattro.
Chissa' se si ricorda di quando abbiamo tagliato il costume del bagnino mentre dormiva! Era uno di quei bagnini che se ne andavano in giro esibendo il loro pacco come fosse la mirra dei re magi e che si scopavano le mogli annoiate di panciuti campeggiatori. L'idea fu mia, credo, ma i motivi molto meno seri. Lo odiavo da quando ci aveva sgridato perche' giocavamo a pallone sulla spiaggia. Figuratevi, giocavamo nell'ordine: io, 6 anni, attaccante; Elena, 4 anni, difensore; e Giacomo, 5 anni, portiere. La porta era orgogliosamente rappresentata da un secchiello e da una formina a forma di tartaruga... Che male potevano fare i nostri tiri! Ma lui doveva esibire il pacco davanti alla moglie del direttore, che a sua volta esibiva le chiappe unte proprio vicino a noi e cosi'...beh, detto fatto. Abbiamo preso le forbici, quelle da collage, punte rotonde, e zac! Tremavamo per il terrore che si svegliasse mentre tagliavamo, ma fummo fortunati. E fu bellissimo vederlo alzarsi e stirarsi, bacino ben avanti per allettare le sficate che si scopava, e poi smadonnare mentre cercava di coprirsi e di correre via, una mano davanti e una dietro. Noi due ci pisciammo sotto dal ridere, come al solito, e dovemmo farci un bagno per nascondere la macchia nel costume. Ah, la mia Elena...
Un anno venne a bussare da me e portava un due pezzi! Dentro non c'era niente, assolutamente niente, era piatta come un asse da stiro, ma lei ne era cosi' orgogliosa... Mi chiese se mi piaceva. Allora non ero un gran esperto di moda e le dissi che avrei avuto un altro comodo posto dove infilare la sabbia. Mi dette ragione e se lo levo'. Quell'anno non lo mise mai, pero' fu un anno un po' diverso dal solito... lei aveva sei anni, e gia' faceva la smorfiosa. Pero' non con me. Con me continuava a fare la prepotente, e a trattarmi come il suo fratello maggiore e rincoglionito. Non che non lo fossi, certo, pero' lei sapeva approfittarsene. Facevamo ancora la doccia insieme, ma non ci levavamo i costumi. Eravamo cresciuti. Ci lavavamo velocemente, poi guardavamo nelle cabine vicine. Non ci pisciavamo piu' sotto dal ridere. Guardavamo in silenzio. Una volta, ricordo, un uomo comincio' a masturbarsi. Guardava in alto, non poteva vederci. Gemeva e lei non capiva perche', lo vedevo dal suo sguardo corrucciato, ma io intuivo che quella era una cosa proibita e la tirai via di li'. Quella sera dopo lo spettacolino di cabaret con le battute riciclate dagli anni precedenti, lei mi chiese cosa stava facendo quel signore in bagno. "Non lo so" risposi. "Ma lo fai anche tu?" mi chiese. "NO!" urlai, ma non era del tutto vero. Avevo provato a toccarmi, qualche volta, sentendo una sensazione piacevole, ma non avevo capito cosa ci fosse di tanto interessante. Era molto meglio giocare con le biglie.
Un giorno feci persino a botte per lei... chissa' se se lo ricorda, l'ingrata. C'era un bambino piu' grande che voleva a tutti i costi stare seduto vicino a lei, allo spettacolo della sera, e io ci litigai. Ci ricavai un occhio nero, e riuscii a non piangere solo per un soffio, ma il mio posto vicino a Elena per quell'anno era salvo. Intuivo pero' che sarebbe stato sempre piu' difficile conservarlo, la piccola attirava i maschietti come il miele le api. Era il fascino di un carattere di ferro nascosto dietro quegli occhi dolci, potrei dire adesso, ma allora pensavo che fosse per via delle freccette: era l'unica bambina in tutto il campeggio che sapesse giocare a freccette, e vincere. Sempre. E comunque era bellissima, e lo sapeva: glielo dicevano tutti. Una principessina, la chiamava mia madre. Una cascata di riccioli biondi perennemente legati in due codini, due occhioni scuri che sembravano capire sempre un po' di piu' del necessario. Era bellissima, e lo e' ancora, cazzo.
Adesso porta dei pantaloni attillati e delle magliettine fucsia che mi arrapano solo a guardarla, e i capelli sono decorati da tante mollette colorate. Forse non sa piu' giocare a freccette, ma si diverte un mondo a fare la stronzetta coi ragazzi. Esattamente come quando era piccola.
Perche' io Elena la conosco da sempre e forse la amo da sempre, ma l'ho scoperto solo una settimana fa. L'ho rivista dopo quattro anni di assenza dal campeggio; i miei si sono separati nel frattempo, e non siamo piu' venuti. Ha ancora quel nasino all'insu' e quella boccuccia di rosa, ma di certo ora non se la farebbe piu' baciare da me.
Eppure me lo chiese lei, una sera. Me lo ricordo come se fosse ieri, cacchio. Eravamo seduti su un pedalo' tirato in secca, davanti al mare. Sarebbe stata un atmosfera molto romantica, se non fosse stato che con i suoi sette anni lei pensava solo a chi prendere in squadra l'indomani per il torneo di freccette. Io ero gia' stato escluso... non ricordo infatti di una volta in cui riuscii a batterla. Nel bel mezzo della discussione mi chiese: "Ti va se ci baciamo?" Doveva esserle costato parecchio. "Che...cosa...perche'?" Risposi balbettando. Non ero molto piu' sveglio di adesso, a nove anni, e lei torno' subito sui suoi passi. "Boh, l'ho visto fare oggi da due grandi... Fa' niente". Dondolava nervosamente le gambe che pendevano dal pedalo' e si guardava i piedi insabbiati. Io dissi l'unica cosa sensata di quell'estate: "Anche io l'ho visto fare... proviamo, dai" Lei chiuse gli occhi e si mise in attesa. Che paracula... dovevo fare tutto io. Mi avvicinai piano. Le schioccai un leggero bacio sulle labbra. Erano morbide. Morbide come non credevo nulla potesse essere. La guardai. Teneva caparbiamente gli occhi chiusi, le labbra appena sporte in fuori. Allora mi avvicinai di nuovo. Era come baciare un petalo di rosa. Provai ad allungare la lingua in mezzo a quelle due piccole labbra. Lo avevo visto fare tante volte in tv ma Elena non reagi' esattamente come le dive del cinema: scatto' indietro sputacchiando e pulendosi la bocca col dorso della mano. "Che schifo!" Esclamo'. "Eddai...non mi hai fatto nemmeno provare! Devi resistere un po'...i grandi lo fanno..." "No. Ciao." disse saltando giu' dal pedalo'. Se ne ando' senza fretta, le mani in tasca, tirando calci alla sabbia, come faceva quando era nervosa. Ricordo che rimasi li' fermo per dieci minuti buoni. Una lacrima bruciava per scendere dall'angolo dell'occhio, ma non volevo darle questa soddisfazione. Forse cominciai ad amarla quel giorno. Il giorno in cui le feci schifo. In realta' gia' l'indomani, sotto la doccia, me lo chiese di nuovo. E' sempre stata una bambina molto curiosa.
Pian piano divenne un gesto abituale, come passarsi la spugna sulla schiena. Entravamo, ci schizzavamo, (il solito vecchio scherzo di aprire l'acqua fredda sull'altro) ci insaponavamo, lavavamo i giocattoli sotto il getto, ci baciavamo... una cosa come le altre insomma. La lingua pero' non osai metterla piu'. Non quell'anno. Ma i baci duravano parecchi secondi. Restavamo li' fermi, con le bocche incollate, senza toccarci. Perche' poi? Ci sentivamo due piccoli adulti, credo, non riesco a trovare altra spiegazione. A pensarci ora dovevamo essere davvero buffi.
Una volta, sempre sotto la doccia, ma forse era l'anno successivo, mi chiese di farle vedere il mio coso. "Allora tu mi fai vedere la tua cosa" Risposi pronto io, senza sapere perche'. "Ma non c'e' nulla da vedere da me - rispose immediatamente - ... e' vuota!" Il ragionamento non faceva una piega. Il pisello e' molto piu' interessante, a quell'eta', almeno c'e' qualcosa da vedere! Da lei avrei visto solo l'assenza di pisello! E tuttavia insistetti. "Voglio vederla lo stesso". "Va bene, ma solo per un secondo". Aveva la fissa dei secondi. "Adesso mi spingi tu" le chiedevo all'altalena "Si, ma solo per 4 secondi" rispondeva. Era una cosa tipica da lei.
La cosa strana era che aveva visto centinaia di volte il mio pisello; fino a qualche anno prima l'aveva tirato per farmi dispetto quasi tutti i giorni, ma quell'anno era diverso: ci eravamo perfino baciati! Forse voleva capire il perche' di tutto quell'interesse che sentivamo nei grandi, tutti quei divieti. Vergognandomi non poco mi abbassai il costume. Lei si piego' sui talloni di fronte a me. Lo osservava come se fosse stato un insetto bislacco, o un granchio particolarmente grande. Aveva una strana espressione disgustata sulla bocca. Non avevo il coraggio di muovermi. Allungo' piano un dito nella mia direzione. Lo tocco' appena. "Ma e' molliccio!!!" Esclamo'. Non e' mai stata tanto diplomatica, Elena, e a otto anni lo era davvero poco. "Ma come fa a entrare nella cosa??" Chiese guardandomi dalla sua posizione accucciata. "Non lo so". Risposi rivestendomi in fretta. "Ma perche' non e' piu' grande?" "Non lo so!" Stavo perdendo la pazienza. Che ne sapevo io! Nel frattempo lei si rialzo'. "Adesso tocca a te" disse. Mi abbassai per vedere meglio. Fu un lampo: abbasso' e rialzo' il costumino a una velocita' tale che potei vedere solo un tenue solco piu' scuro fra le sue gambe! "Ma non vale...!!" "Solo un secondo, avevamo detto!" "Ma..." Era inutile continuare. Elena e' sempre stata la piu' forte, fra noi.
Qualche giorno dopo, sempre nella doccia, torno' alla carica. "Me lo fai vedere ancora?" "No, se tu non me la fai vedere per almeno dieci secondi!" Risposi stavolta. Mi sentivo estremamente furbo. "Cinque!", "nove!", "sei!" "va bene..." cedetti. Riabbassai il costume. Stavolta allungo' la mano e lo prese fra due dita. Poi si ritrasse schifata. Stupendomi molto si alzo' e si abbasso' il costume. Avevo gia' perso ogni interesse, ai suoi occhi "Allora? Non volevi vederla?" Mi abbassai in fretta. Stavolta potevo studiarla con calma. Era una piccola collinetta, attraversata da una fessura dai margini morbidi e setosi. Emanava un lievissimo odore dolce, che non scordero' mai. Non c'era molto altro da vedere. "Mi aiuti a vedere cosa c'e' dentro?" Mi chiese con naturalezza. Ecco dove era l'inghippo. Avrei dovuto immaginare che non avrebbe mai ceduto se non avesse avuto qualche interesse in proposito... Si era appoggiata alla parete della doccia, aveva allargato un po' le gambe, e con le due mani tentava di aprirla. "Che vedi? Io non ci arrivo." Guardai attentamente, conscio del ruolo di alta responsabilita' che mi era stato assegnato. Era tutto rosa, contorto, e faceva anche un po' senso, ma non glielo dissi. Ero piu' diplomatico di lei, io. "E' tutto rosa..." "Ma non c'e' un buco? " "No." Di quello ero sicuro. La domanda aleggiava nell'aria. Ma se il coso dei maschi e' molliccio, e la cosa delle femmine e' senza buco, come cavolo si fanno i bambini?? Le maestre ti dicono sempre tutto di ovuli e spermatozoi, di mestruazioni e di sviluppo sessuale, ma alla fine non ti spiegano la cosa piu' importante... Non lo scoprimmo che anni dopo.
Un altro ricordo che mi viene sempre in mente e' quello delle bici, delle nostre corse pazze a comprare le gomme e il Topolino. L'anno successivo infatti vantavamo delle splendenti biciclette. Io arrivavo per primo al mare, forte dei miei due anni e 15 cm in piu', e finalmente la battevo in qualche cosa. Ma fu lei a ridere come una matta quando presi una pigna con la ruota davanti, e finii dritto dritto nella piscina di plastica gonfiabile dei Rosetti. Non mi feci male, ma il mio orgoglio era sotto zero, cosi' finsi un tremendo dolore alla testa. Elena smise immediatamente di ridere. Mi guardo' con occhi serissimi poi, senza darmi il tempo di fermarla, monto' in sella e corse a chiamare il dottore, i nastri colorati che svolazzavano impazziti dal manubrio. Mentre venivo visitato si mantenne a debita distanza, guardandomi attraverso le gambe della piccola folla che si era riunita. Aveva avuto paura per me, credo. Era spaventata da morire, e gli occhi neri sembravano ancora piu' grandi. Io mi sentii un verme.
Adesso potrei anche maciullarmi una gamba nelle eliche del motoscafo che non alzerebbe un sopracciglio, ci giurerei. Eppure in quei 3 giorni di riposo forzato (immeritato, tra l'altro) rinuncio' ad andare al mare per starmi vicino. Facendo le dovute proporzioni, posso dire che era un sacrificio enorme, quello. E lo faceva per me, non per qualcun altro. Lo avrebbe fatto solo per me, ne ero sicuro.
Perché allora adesso sta baciando quel cretino del Pizzocchi?? Guardalo, le sta infilando pure la mano sotto la maglietta... che schifo! E pensare che io le sue tette le ho toccate quando ancora non erano che un areola piu' scura del resto. Certo, non erano cosi' eccitanti come ora, piccole e sode, ma alla mia eta' erano il massimo che potessi ottenere!
Non ricordo quanti anni avevamo, forse io dodici e lei dieci. La doccia, per tacito accordo, non la facevamo piu' insieme. Mi sembra di vederla mentre camminavamo insieme verso i bagni: codini, pantofole rosa, sacchetto di plastica con shampoo, sapone e pettine. Il due pezzi ormai non lo levava piu', e ad essere sinceri un ombra di seno forse ce l'aveva. Tanto bastava. Giocavamo di meno, io avevo i miei amici, lei le sue amiche, ma stavamo ancora parecchio insieme. E ci baciavamo. Ci tenevamo anche la mano. Un giorno le chiesi: "Ma io e te siamo fidanzati?" Scoppio' a ridere. Pensai che non era ancora diventata diplomatica. "Ma certo! Se no perche' ti tengo la mano, secondo te?". Pensai che io non ero ancora diventato intelligente. "E...che dobbiamo fare?" Chiesi da perfetto imbranato. "Ci teniamo per mano, ci baciamo..." "Ma tu non mi fai giocare nella tua squadra di freccette..." Dissi imbronciato. "No." Era inutile insistere, l'argomento era chiuso.
Quell'anno fu il piu' strano di tutti. Eravamo in quell'eta' in cui ti vergogni perfino di spogliarti davanti a tua madre, ma avevamo voglia di capire, di sapere. Giocavamo ancora con Barbie e Ken, ma ogni tanto ci trovavamo a passeggiare mano nella mano. Ci prendevano parecchio in giro, gli amichetti, ma non ci facevamo molto caso. Quell'anno Elena fu la bambina piu' dolce del mondo. Cominciavano quasi a mancarmi i suoi scherzi stupidi e le sue risatine perfide. Mi aiutava sempre a fare i compiti, anche se ne sapeva meno di me. E le piaceva raccontarmi della scuola, delle maestre... io l'ascoltavo incantato, e pensavo che non ci saremmo mai piu' lasciati.
Neanche quell'anno giocai nella sua squadra di freccette, pero' in compenso le toccai le tette. Anzi: quello che c'era al posto delle tette! Avevamo costruito una piccola diga, quel giorno, un piccolo miracolo di ingegneria, col quale eravamo riusciti a far arrivare l'acqua di mare fino all pancia della signora Maria. E non era una pancia qualsiasi, quella della signora Maria: si ergeva dalla sabbia per decine di cm, come una montagna di grasso, e a furia di stare al sole stava assumendo un color bronzo che la rendeva davvero spettacolare. Eravamo appena entrati nella cabina che i nostri avevano affittato, per nasconderci dalle sue ire. "Posso toccarti le tette?" Azzardai. "Perche'?" Chiese continuando a sbirciare dal buco vicino alla maniglia. Perche'? Bella domanda. A quell'eta' uno non se le pone certe domande. Ti viene voglia e basta, che ne sai dei perche'. Stavo per rinunciare, quando mi venne in mente che se non l'avessi fatto io l'avrebbe fatto il Gotta, e cosi' mi inventai un perche': "Perche' voglio vedere se sono morbide". A pensarci ora, non avrei potuto trovare frase piu' stupida, ma lei sembro' capire l'importanza del mio dubbio. "Va bene". Mi disse alzandosi. Mi avvicinai e le infilai piano la mano sotto la maglietta. Incontrai e abbassai il reggipetto, con molta calma perche' temevo un repentino calcio negli stinchi, e misi una mano li' dove presumevo ci fosse la sua tetta destra. Sospiro'. Mossi piano le dita, e sentii che le era venuta la pelle d'oca. Infilai anche l'altra mano. Teneva gli occhi chiusi, e le poggiai le labbra sulla bocca. Non si ritrasse. Continuavo a muovere casualmente le mani sotto la sua maglietta, e ogni tanto le davo piccoli baci sulle labbra. La cabina era abbastanza buia, tranne qualche lama di luce che entrava dalle assi, e io cominciavo a sentirmi un vero uomo, come quelli dei film, per intenderci, quando la sentii sussultare. La guardai: stava ridendo. Una risata sommessa. Quando Elena rideva in quel modo le si formavano due piccole fossette sulle guance, era deliziosa. Ridemmo insieme. Chi lo sa perche'.
Credo che tutto precipito' per colpa di quello che successe due anni dopo. Io avevo quattordici anni, quindi, e durante l'inverno avevo imparato molte cose sulla vita. Per esempio che i genitori passano la maggior parte del tempo a litigare, che non bisogna mai dire al pluribocciato che e' una femminuccia, e che quel coso che avevo fra le gambe una sua utilita' ce l'aveva: mi ero finalmente fatto le mie prime seghette. Avevo imparato come funzionava con molta fatica e molto dolore ma ora sapevo che se lo si toccava nel modo giusto diventava duro, come quello dell'uomo nella doccia. Non cosi' grande, certo, ma abbastanza duro. Non vedevo l'ora di dirlo a Elena! Era una scoperta sensazionale. Non sapevo se le avrei detto che era anche bello, molto bello, e che alla fine usciva fuori una cosa bianchiccia e appiccicosa... mi ero gia' sorbito il suo sguardo schifato una volta. Quando ci incontrammo, al bar, per la prima volta non sapemmo bene cosa dirci. Lei aveva dei pantaloncini corti, un toppino giallo e i suoi boccoli biondi profumavano di mela verde. Tirava le freccette con precisione, e non sbagliava un colpo. Io ero sempre il solito imbranato, ma le andai vicino e la baciai su una guancia. Non eravamo piu' fidanzati, e non fu facile convincerla a fare di nuovo la doccia con me. Diceva che non poteva, che ci avrebbero sgridato, che la mamma non voleva... Passavano i giorni e finalmente la convinsi. Indovinate come? Le dissi: "Solo per 120 secondi" Mi ero fatto bene i miei conti, io! Una volta che fummo nella doccia aspettai che tirasse fuori lo shampoo alla mela e le dissi: "Ho capito come funziona il mio coso." "Cosa??" "Ho scoperto che se lo tocco diventa duro!" "..." Mi guardava indecisa, combattuta fra la curiosita' di capire come funzionava quell'aggeggio, e la paura di essere scoperta. "Dai, fammi vedere." Disse infine. Avevo aperto un po' l'acqua. Mi levai il costume. Bagnai la mano, le rubai una goccia di sapone e cominciai a carezzarlo. Ero diventato discretamente esperto, in un anno, e in poco tempo il pisello aumento' di dimensioni e si induri'. La guardai, lo fissava incantata. "Cavolo..." "Vuoi provare tu? " "No..." "Eddai... aspetta, adesso torna moscio... ecco. Dai prendilo in mano, e' divertente!" Lo prese in mano. Gli occhi le brillavano di curiosita'. Comincio' a muoverla, anche se non come piaceva a me, ma il pisello mi divento' immediatamente duro. "Hai visto??" Ero felicissimo. Avevo finalmente mostrato la mia scoperta alla mia amica saputella. Ero felice di avere io qualcosa da insegnarle, per una volta. Non mi sembrava per niente una cosa strana, quella che stavamo facendo. E neanche a lei, anzi: c'era qualcosa di magico nella velocita' con cui mi diventava piu' grande e duro. Sembrava un gioco di prestigio, e lei ne era attratta. Probabilmente con la stessa intensita' con la quale la attraevano i principi della fisica applicati alle dighe di sabbia...
E cosi' facevamo di nuovo la doccia insieme tutti i giorni. Lei me lo prendeva sempre in mano, e si divertiva a farlo indurire almeno un paio di volte. Spesso dovevo farmi uscire quella roba bianca di nascosto da lei, mentre si lavava i capelli... ne sentivo il bisogno. Cominciavo anche a sospettare che la cosa fosse per lei qualcosa di piu' che un gioco di prestigio, ma non riuscivo ad immaginare cosa. Un giorno mi prese di nuovo la curiosita'. "Posso toccartela?" Chiesi piano mentre muoveva la sua mano su di me. Annui' senza distogliere gli occhi dal mio pisello. L'acqua ci bagnava, e faceva caldo, l'odore di mela verde saturava l'aria. Ricordo che riuscivo a respirare a fatica. Il fiato mi manco' del tutto quando avvicinai la mano a quella fessurina che avevo sbirciato anni prima. La toccai. Era morbida. Morbida come una fetta di prosciutto, ricordo che pensai. Che tonto... Adesso direi che era morbida come la panna montata. Era morbida e umida. Elena ansimo'. "Accidenti" disse. Allora era bello anche per lei... Continuammo a toccarci cosi' per un po'. Poi io decisi di farlo con un dito solo. Volevo vedere dove era quel famoso buco. Lo appoggiai alla fessura, e spinsi piano. "Ahi!" Cambiai punto. "Ahi!" Cambiai di nuovo... da qualche parte doveva pur essere. E infatti c'era. Era come un tunnel strettissimo, ed asciutto, non come fuori. Ebbi la meravigliosa idea di uscire e ribagnarmi il dito. Stavolta entro' un po' di piu'; un centimetro, in tutto. Mi disse che le stavo facendo un po' male, e smisi subito. Il giorno dopo lo rifeci.
Mamma mia... a pensarci adesso eravamo davvero due piccoli assatanati, ma non di sesso, figuriamoci, non sapevamo neanche cosa fosse! Eravamo vogliosi di esperienze. Di sensazioni. Ogni giorno scoprivamo qualcosa di nuovo, e non sapevamo piu' rinunciarci. Era troppo bello sentire la sua mano sul mio pisello. E lei gemeva di piacere quando le toccavo la passerina. Arrivammo al punto di andare a farci la doccia anche prima di pranzo, per toccarci di nuovo. Ora ero sicuro che non fosse piu' un gioco di prestigio, per lei. Aveva anche imparato a toccarsi da sola. Ed era piu' brava di me, di sicuro, come al solito! Ci baciavamo anche, ma non era cosi' bello come toccarci. Lo facevamo piu' che altro perche' lo avevamo visto fare. Stavamo decine di minuti chiusi nella doccia satura di vapore e spesso la gente si spazientiva e ci bussava. Allora ci rivestivamo e fuggivamo ridendo, sotto gli sguardi sospettosi degli adulti. Non lo facevamo mai in posti diversi dalla doccia. Era quello il posto giusto dove farlo. Neanche quell'anno mi prese con lei nel torneo di freccette, ma non me la presi.
Alla fine della vacanza ci salutammo come niente fosse. Lei pero' mi diede un bigliettino: "Fallo diventare duro tre volte al giorno.", c'era scritto. Piccola tiranna... non l'ho mai fatto, ovviamente, c'era di che ridurselo in brandelli. Ma lo conservo ancora, ovviamente.
E qui finisce la mia storia con Elena. L'anno successivo non mi saluto'. O meglio, mi sorrise appena e tiro' dritto. Cercai di parlarle la sera, al ritrovo, ma mise una scusa e torno' a confabulare con le amiche. Ricordo che piansi per giorni e giorni con mia madre, poi piano piano la dimenticai. O cosi' credevo. Passavo il tempo a fare la corte alle altre ragazze, quelle della parte Ovest. Io e i mie amici ne baciammo e toccammo almeno un paio per uno, quell'estate, ma non era la stessa cosa. Mi mancava la sensazione di caldo umido della doccia, la sua bocca morbida, la sua fessurina. Quel maledetto profumo di mela... L'amavo, ma non lo sapevo.
Una settimana fa l'ho rivista, finalmente, dopo quattro anni passati a decidere quale dei miei genitori fosse il meno stronzo e quale dei loro nuovi compagni meno antipatico. E' incredibile come sia cambiata, la piccola Elena. Chissa' se e' ancora cosi' pestifera. Non riesco a levarle lo sguardo di dosso, cacchio. Ho diciannove anni, ormai, e potrei batterla a freccette, ne sono sicuro.
Forse dovrei pensare ad altro. Ad esempio a trovarmi qualcuna per l'estate, non avrei grosse difficolta'. Adesso che sono un 'bel moretto', come dice mia nonna, potrei approfittarne. Ho scoperto di piacere alle ragazze, nonostante la bocca secondo me un po' troppo carnosa. Mi dicono che ho degli occhi neri molto belli, ma se dovessi dire cosa mi piace di me, direi il fisico: anni di odioso pallanuoto mi hanno dato almeno questo vantaggio... Anche i capelli, che da piccolo avevo sempre dritti in testa ora, un po' piu' lunghi, mi stanno meglio. E poi ho scoperto che alle ragazze piace la mia aria distratta. Misteri della vita: da piccolo la tua migliore amica ti dice sghignazzando che hai lo sguardo da ebete e quella stesso sguardo, dietro cui ci sono i tuoi stessi pensieri, i tuoi stessi sogni, da grande, con un filo di barba, diventa 'dolcissimo', 'misterioso'! Mah. So che mi basterebbe poco per portarmi a letto qualcuna di queste ragazzine in cerca del grande amore, ma non mi va per niente. Me ne sono fatte troppe, in questi anni, tentando di dimenticare il dolore della separazione dei miei. So come giocare le mie carte ormai, ma non voglio sprecare energie con le altre...io voglio lei.
Lei e' troppo bella. E io ce l'ho in testa, da troppo tempo. La osservo mentre recita con successo la parte della reginetta del campeggio. Anche adesso sono qua nascosto dietro a un frullato fragola e banana, identico a quello che ci prendevamo insieme, arrampicandoci sullo sgabello del bar. Non riesco a pensare a nient'altro che a noi, alle nostre estati, alle nostre prime esperienze. Per me sono state cosi' importanti... Lei se ne e' pentita, invece. Credo sia per questo che non mi parla piu'. Si e' pentita, si vergogna. In fondo posso capirla: a dirla con parole brutali, teneva un cazzo in mano quando le sue amiche giocavano con il piccolo forno... Ma era il mio pisello, non un cazzo qualsiasi! E lo facevamo per gioco, perche' eravamo curiosi, perche' era bello... Perche' non puo' essere sempre tutto cosi' semplice come quando sei piccolo, cazzo!
Qualcosa mi distrae da queste inutili elucubrazioni. Due occhi scuri mi guardano stupiti da un tavolo un po' piu' in la'. " Hei...ciao!!! Ma sei proprio tu???" Grida agitando la mano. "Ciao, Elena..." dico confuso mente si avvicina scostando sedie e tavolini come un piccolo uragano. "Non ti avevo riconosciuto! Cavolo! Manchi da un bel po' di anni..." "Si, beh, ho avuto qualche casino in famiglia..." "Mi spiace... Poi mi racconterai, allora". "Certo!" "Hei, sei sempre il solito, comunque. Sei appena arrivato e ho un paio di amiche gia' cotte di te!" "Ma va'!" "Giuro! Guarda la' dietro... Le sto facendo schiattare di invidia, in questo preciso momento!" "Ah, beh... io..." "Prima mi hanno detto 'Hai visto che strafico quello??' Io ti guardo bene e...cazzo! Eri tu! Incredibile!!!" "Gia', davvero..." Dico emozionato. Che meraviglia... e' sempre lei, schietta e sincera come sempre! "Senti... sto organizzando un torneo di freccette, come ai vecchi tempi..." Finalmente. Finalmente il grande giorno e' arrivato. "...ti va di fare da arbitro?" Piccola, adorabile bastarda... mi verrebbe da strozzarti, se non ti amassi cosi' tanto. "Ma... non potrei giocare in squadra con te?" Dico stando al gioco, sentendomi improvvisamente bene. "No." C'e' poco da discutere, con lei, l'ho sempre saputo. Ma gli ultimi quattro anni di scazzi servono almeno a farmi trovare, velocemente, una scusa per rivederla. "Va bene, ma solo se stasera ci andiamo a prendere un gelato in paese, io e te, senza amiche gelose." Ci pensa un po', storcendo la bocca. "In ricordo dei vecchi tempi?" "Anche..." Dico restando sul vago, felice come poche volte in vita mia. "Ok, ma solo per 1 secondo" Dice sorridendo mentre si allontana muovendo quel suo culetto delizioso. "Stronzetta... - penso - Ti piace flirtare con me? e va bene..." Intercetto lo sguardo delle amiche, che non mi hanno staccato gli occhi di dosso per tutto il tempo e le omaggio del mio famoso sorrisetto. Le vedo avvampare, mi fanno cosi' tenerezza.
Alla fine mi alzo, mi avvicino con la mia camminata piu' fica e mi appoggio di traverso sul loro tavolo, pericolosamente vicino a Elena. "Allora a stasera" dico strizzandole l'occhio. Mentre me ne vado sento le amiche che ridacchiano emozionate. So di aver fatto una bella scena. Posso avvertire dietro di me l'orgoglio che la invade, quell'orgoglio tutto adolescenziale di poter dire 'lui e' mio', e mi sento felice. Felice come quando vedevamo lo spettacolo della sera nel piccolo teatro all'aperto; lei sedeva vicino a me, concentrata sulle battute, allegra e furbetta nei suoi codini alti e io pensavo, orgoglioso, 'lei e' mia'.
Data creazione: 19/01/2007 @ 14:11
Ultima modifica: 19/01/2007 @ 14:11
Categoria: 2001|Racconti
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