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2002|Racconti - Enrico e la sua prima volta

20.05.02


«E dunque, come potete immaginare, la prospettiva di un aumento delle vendite del 50%, cui possiamo sommare la certezza dell’aumento del prezzo per unita’ di imballo, scontato del 30% della riduzione per l'ipotetico rivenditore autorizzato….»
Enrico soffoco' l'ennesimo sbadiglio. Questi convegni annuali dell'azienda erano quanto di piu' palloso e distruttivo si potesse immaginare, ma ne aveva gia' saltati un paio, e non era il caso di farsi notare ulteriormente dai superiori. Bastavano gia' i suoi capelli poco convenzionali e l'abbigliamento al limite del richiamo.
Il ragazzo si guardo' intorno pigramente, stravaccato com'era sulla scomoda sedia della sala convegni. La dolce Roberta era seduta composta e apparentemente attenta qualche sedia piu' in la', con il bel seno poggiato sul banchetto; ma da come torturava la matita si capiva che non ne poteva piu' neanche lei. Il suo compagno di stanza, Giovanni detto puzzola, stava scrivendo febbrilmente qualcosa sul blocco gentilmente fornito dagli organizzatori, ed Enrico era pronto a scommettere 50 euro che non fossero appunti.
Qualche collega ligio al dovere e con un alto grado di sopportazione del dolore sembrava attento, ma la maggior parte aveva appoggiato la testa sul banchetto, ormai sfinito dalla valanga di parole senza senso che l'oratore andava sciorinando da un'ora, almeno.
Erano le 12.45, e fra poco ci sarebbe stato il buffet, anche questo gentilmente offerto dalla ditta. Enrico si raddrizzo' a sedere, nell'estremo tentativo di riacciuffare i fili del discorso del tipo sudaticcio e carpirne almeno una frase, una, da ripetere al capo progetto l'indomani, ma un leggero dolore provocato dal movimento lo fece sorridere e distrarre.

- Stronzo.
Aveva detto Catherine entrando nella stanza vestita solo di una camicia maschile.
- Mio dio...
Aveva sussurrato lui guardandola. Nemmeno nei suoi sogni piu' sfrenati aveva sperato di vedere una donna indossare quello sguardo.
- Sdraiati sul letto, e non fiatare.
E lui aveva ubbidito, con il cuore in subbuglio.
- A pancia in sotto, stronzo.
Lo stomaco gli si era stretto per quell'ennesima offesa, per quel tono deciso. L'erezione era ancora tutta nel cervello, ma sentiva che non avrebbe tardato ad arrivare altrove.
Si era voltato cautamente, gettandole un ultimo sguardo. Il contatto con le lenzuola fresche sull'addome l'aveva fatto sussultare, ma istintivamente aveva aperto le gambe.
- Bravo, vedo che hai capito...
Si che aveva capito, aveva capito eccome.
Il primo schiaffo gli era arrivato sul sedere provocandogli un dolore solo cerebrale, ma intensissimo.Ne erano seguiti molti altri. E il peso di lei sulle gambe, che lo cavalcava come una splendida amazzone. E un dolore piu' fisico, stavolta.
Poi la sua lingua che ogni tanto risaliva lungo la schiena, lasciava una scia di saliva che gli procurava brividi di freddo, per fermarsi alla fine nell'incavo della spalla e lasciare il posto ai denti.
La dolce Catherine sembrava diversa dalla servizievole infermiera che aveva conosciuto in ospedale, mentre lo torturava di morsi facendolo arrotolare dolorosamente su se stesso.
Si ricordo' per un attimo di quando si era chinata su di lui, a letto con una gamba ingessata e una costola dolorante, e gli aveva detto che aveva "davvero" un buon profumo. Con quella erre leggermente straniera che lo aveva deliziato.
Ma a casa sua, qualche settimana dopo, la divisa aveva lasciato il posto a quella camicia inconfondibilmente maschia, e la costola gli faceva male solo quando lei ci si sedeva sopra, facendogli desiderare fino allo sfinimento di morire con il viso fra le sue cosce.
Si era accucciata fra le sue gambe tese, le aveva allargate spingendolo sulle caviglie. Lui aveva mugolato di piacere, il cazzo ormai durissimo, compresso dal suo stesso peso.

«Enrico! non vieni a mangiare qualcosa?»
Roberta lo stava scuotendo per la spalla.
«Si... si, certo» rispose cercando di nascondere nella voce l'eccitazione che l'aveva assalito mentre riviveva quei momenti.
Il buffet era ricco ma banale. Enrico si riempi' un piatto di pizzette rosse e panini al salame, poi raggiunse il gruppetto dei suoi colleghi.
«Allora, Enrico, quando ce la presenti questa nuova fidanzata??»
Chiese Roberta con fare confidenziale.
«Non e' la mia fidanzata, ci vado solo a letto insieme» Ribadi' lui pazientemente.
«See... dicono tutti cosi'!»
«E' vero!»
«Che tu ci vada a letto insieme e' indubbio, considerando le occhiaie che ti ritrovi!»
«Cos'e', sei gelosa?»
«Io? Ahahah!!»
«E poi e' colpa tua se l'ho rimorchiata all'ospedale»
«Mia??»
«Certo! Sono anni che ti faccio la corte e tu non me l'hai mai data! Che dovevo fare?»
«Ma va...» Gli piaceva vederla arrossire, aveva una carnagione cosi' chiara.
«Me la dai?» le chiese in un sussurro.
Enrico si becco' ridendo il solito pugno sulla spalla.
«Disfati dell'infermierina, poi ne riparliamo»
«Quando avete finito di tubare come due colombi ci avvertite?» Chiese Puzzola nel suo solito tono scanzonato, subito imitato dagli altri.
Enrico sposto' abilmente il discorso sulla terribile cravatta dell'oratore e altre amenita' del genere.
Mentre gli altri si addentravano nelle tipiche conversazioni da buffet di convegno, lui si allontano' con la scusa di andarsi a prendere da bere.
Si avvicino' al tavolo delle bevande e si riempi' il bicchiere di ghiaccio. Lo fece girare nel vetro, sorridendo fra se'. Gli piaceva il rumore che faceva...

Per un tempo che gli era sembrato infinito lei aveva giocato con la sua eccitazione come il tipico gatto con il tipico topo.
Aveva usato il suo peso per comprimergli dolorosamente il cazzo contro il letto, mentre con le unghie gli disegnava ghirigori rossi sulla schiena. L'aveva strattonato prendendolo per i capelli, facendogli torcere dolorosamente il collo. Gli si era strofinata addosso, permettendogli di sentire l'odore della sua pelle, ma non il sapore. L'aveva riempito di coccole e poi era tornata a picchiarlo e a leccargli lascivamente la pelle arrossata, con quella grazia che hanno solo i felini. E alcune donne.
- Non ti muovere, stronzetto! Torno subito.
Aveva detto ad un certo punto andandosene in cucina. Non si era mossso, ma nell'attesa il cazzo aveva perso leggermente turgore, dandogli un certo sollievo. Aveva inspirato un paio di volte, cercando di capire dai rumori cosa stesse facendo, ma lei era tornata presto.
- Apri di piu' queste gambe - aveva detto sedendosi sul letto poco dopo. E lui, nonostante avessero gia' raggiunto la massima apertura, le aveva tese ancora qualche millimetro in fuori. Il sedere gli si era alzato leggermente nella manovra, e aveva sentito la sua risatina sardonica penetrargli nel cuore.
- Sei proprio un bel maschietto... hai un culo strepitoso. Adesso non muovere un muscolo. Non voglio sentirti fiatare. Qualsiasi cosa succeda. Sono stata chiara?
Lui aveva annuito energicamente, godendo intimamente per quel "qualsiasi cosa", per il tono perentorio con cui lo aveva detto.
Ed era ricominciata la tortura: il corpo di lei sul suo, i peli del suo pube che gli sfioravano la schiena, la bocca che lo bagnava e lo mordeva. E le parole, gli insulti, la sua erre francese...
Era stato quando la lingua aveva cominciato una carezza umida e continua dall'attaccatura dei capelli giu' lungo la spina dorsale, che aveva cominciato a sperare. Non sapeva neanche lui bene cosa, ma desiderava ardentemente che Catherine avesse capito tutto, che dirigesse il gioco come stava facendo e che arrivasse proprio la' dove lui voleva, ma non aveva il coraggio di chiedere.
La lingua era scesa, e la speranza si era trasformata in desiderio. Quando la lingua si era incuneata morbida fra i glutei, il desiderio era diventato disperazione. Voglia insoddisfatta.
Non lo aveva fatto soffrire troppo: qualche istante dopo Catherine aveva gia' allargato le natiche con le mani e stava leccandogli con delicatezza il buco del culo.
Aveva artigliato il lenzuolo, scosso la testa e chiuso gli occhi con forza, combattuto fra il pudore, la vergogna che quell'atto cosi' intimo gli provocava, e il desiderio che continuasse all'infinito.
Ma gli piaceva, cazzo se gli piaceva, e l'aveva ovviamente lasciata fare.
Aveva sentito i muscoli dello sfintere contrarsi sotto le ondate di quel piacere insolito, e aveva capito all'improvviso cos'era quella smania, quella voglia, quella vaga disperazione: aveva bisogno di qualcosa dentro.
Non era stato ad analizzare il significato di quel desiderio, non aveva abbastanza neuroni connessi per un ragionamento del genere. Riusciva solo a pensare a qualcosa che gli entrava dentro, all'immagine del suo culo penetrato da Catherine, dalle sue belle dita.
Ma Catherine aveva continuato a leccarlo, divaricandolo il piu' possibile con le mani, alternando la delicatezza della lingua che si insinuava audace all'interno a qualche morsicata sulle natiche.
Era stato allora che aveva contato mentalmente fino a 10 nel tentativo di rimandare l'urlo che gli stava nascendo nel petto; prima che fosse arrivato a 8 pero', la ragazza gli aveva posato qualcosa di gelido sulla schiena, facendolo urlare. Era un cubetto di ghiaccio, solo un cubetto di ghiaccio.
- Non ti muovere, non osare spostarti... - aveva sussurrato Catherine.
E lui non si era mosso.
Glielo aveva passato lungo la spina dorsale un paio di volte poi, senza preavviso, lo aveva premuto sul buco.
Un verso strozzato gli era uscito involontariamente dalla gola. Tutto il suo essere si era focalizzato allora su quell'unico punto, su quella cosa fredda che gli stava lentamente ma inesorabilmente aprendo le viscere, facendogli girare la testa. Era troppo bello per essere vero.
Una goccia gelida si era staccata dal cubetto e gli era rotolata lungo le palle, fino a bagnare il lenzuolo; il percorso di quella goccia era ancora impresso a fuoco sulla sua pelle.
Il tempo sembrava non passare mai, ma alla fine il ghiaccio era entrato del tutto e il buco si era richiuso. Le mani di lei si erano allontanate, e lui era rimasto solo con il cuore che pompava a mille, il cazzo durissimo e una sensazione indefinibile addosso.
Avrebbe voluto morire. Si. Morire in quell'istante, immerso nella sensazione assurda di quel freddo nelle viscere, nel sottile dolore del culo violato, nella felicita' di aver finalmente provato quella sensazione. Ma lei non gliel'avrebbe mai permesso, questo lo sapeva, non fino a quando avrebbe avuto voglia di divertirsi.
- Spingilo fuori, forza. - aveva sibilato la dolce Catherine.
Lui aveva percepito quelle parole come se provenissero da molto lontano e aveva stentato a reagire.
- Hai sentito cosa ti ho detto? Fallo adesso, stronzo! - gli aveva urlato colpendolo sulle natiche arrossate con qualcosa di duro. Il dolore lo aveva fatto sobbalzare, risvegliandolo in parte dal torpore in cui si era lasciato cadere. Tutto gli era di nuovo chiaro: doveva ubbidire, e ubbidire gli dava piacere.
Cosi' stavano le cose... e aveva cominciato a spingere.
Era stato terribilmente umiliante per lui dover muovere proprio quei muscoli, dover sentire quella sensazione fin troppo simile a quando andava in bagno, per di piu' sapendo che Catherine lo stava guardando con le belle labbra vicine al buco che si stava riaprendo, dall'interno... era stato umiliante, si, ma lo aveva fatto. Aveva spinto soffocando i gemiti e le lacrime, e alla fine aveva percepito il cubetto rotolare sul letto, e qualcosa di duro premere subito dopo per entrare al suo posto.

«Signor Berazzi, che onore vederla a uno dei nostri congressi...»
Il tono sarcastico del capo progetto lo riporto' bruscamente alla realta'. In un attimo si rese conto che l'erezione doveva essere perfettamente visibile sotto i pantaloni aderenti di velluto viola, e sfoderando un qualche tipo di sorriso si chino' verso il tavolo per prendere una bottiglia molto lontana.
«L'ho vista immerso nei suoi pensieri e ho pensato di venire a disturbarla. Come ha trovato l'ultimo intervento?»
«Decisamente noioso...» Rispose Enrico versandosi della Fanta.
Il capo progetto lo guardo' per un attimo, poi scoppio' a ridere.
«Ha ragione, dio se ha ragione...» disse scuotendo la testa. «chissa' che l'anno prossimo non ci vorra' deliziare lei, con un discorso davvero originale...»
«Non ci penso nemmeno» rispose Enrico da dietro il bicchiere. Mise una mano in tasca nel tentativo di confondere le acque. Il capo aveva un sorriso davvero gentile, non l'aveva mai visto cosi' espansivo.
«Beh, qualcosa dovra' pur fare per farsi perdonare questi orribili pantaloni...» disse ancora ridendo l'uomo.
«Non le piacciono?» Enrico finse stupore.
«No di certo. Le stanno bene, questo non posso negarlo, - fece l'altro gettando un occhiata al rigonfiamento che ancora perdurava sotto la stoffa - ma preferisco un buon vecchio modello classico!»
Enrico penso' che era stato davvero un coglione a non accorgersi di niente, in tutti questi anni.
«L'ho messa in imbarazzo? guardi che sono anch'io un essere umano, sotto la maschera di inflessibile dirigente...»
«oh beh... he he! e' vero. E devo dire che le sta molto meglio la maschera di essere umano, che l'altra, quella da...»
«Inflessibile dirigente?»
«Si, ecco, quella...» disse Enrico riflettendo sul fatto che stava praticamente civettando con il suo capo, e che la cosa non gli stava riuscendo neanche troppo bene. Il suo amor proprio ne stava uscendo a pezzi.
«Ah ah! Grazie. Lo prendero' come un complimento... Va bene, la lascio ai suoi pensieri, ci vediamo alla fine della conferenza, o lunedi in ufficio!»
«Senti, possiamo darci del tu? A questo punto mi sembra davvero inutile continuare a parlare come due damerini!»
«Magari! Stavo per proportelo anche io... Allora ciao!» disse l'altro tendendogli la mano.
«Ciao! - sorrise Enrico stringendogliela un po' piu' a lungo del dovuto - e' stato un piacere conoscerti, finalmente...»
Era ancora in grado di lasciare di stucco qualcuno, per fortuna!
Lascio' quello sguardo stupito e si allontanano' dalla calca del buffet. Aveva bisogno di stare ancora un po' con i suoi pensieri, prima di affrontare altri 20 noiosissimi oratori in giacca e cravatta...

Quando aveva sentito qualcosa di duro premere sul culo era restato di sasso. Era quello che aveva sempre desiderato, ora lo sapeva. Non aveva mai voluto ammetterlo, ma ora era chiaro, e nonostante tutto ne aveva paura.
Una parte di lui avrebbe voluto scappare, sottrarsi a quella matta di un'infermiera francese che lo avrebbe sodomizzato da li' a poco, invece era rimasto perfettamente immobile, schiavo delle sue mani, incapace di muovere un muscolo senza un suo ordine, aspettando trepidante che lei affondasse il colpo.
Non si era mai sentito cosi' meravigliosamente succube, nessuna donna aveva mai intuito niente, di questa sua voglia. Cathrine aveva capito subito, invece. Non avrebbe mai saputo da cosa, ma l'aveva capito. Gli aveva letto dentro con precisione millimetrica e aveva attuato uno dopo l'altro, senza esitazioni, tutti i suoi desideri piu' nascosti. Anche quelli nascosti a lui stesso, come questo.
Aveva tenuto gli occhi chiusi, mentre lei aveva spinto quel qualcosa dentro di lui. Un dolore pungente gli si era affacciato al cervello, ma come se gli leggesse nel pensiero, lei aveva smesso di premere e aveva lasciato colare abbondante saliva sulla pelle sensibile del buco.
Aveva poi infilato un dito e lui non l'aveva quasi percepito, desiderando immediatamente di piu'. Poco dopo Catherine aveva aggiunto un altro dito, o due, non l'avrebbe mai saputo. La sensazione era fortissima, ma non dolorosa, ed Enrico gli era stato grato di quella gentilezza; sapeva che quello che lo aspettava sarebbe stato meno doloroso. O almeno lo sperava.
Poi lei aveva ricominciato a spingere dentro il fallo.
Ne ignorava le dimensioni, e aveva voluto immaginare che fosse enorme, spropositato; la cosa lo eccitava a dismisura. Lo aveva sentito penetrare lentamente, e aveva inarcato la schiena verso di lei, invitandola silenziosamente a spingere con piu' forza, nonostante il male che gli faceva. Ma il fallo era avanzato lentamente.
Di nuovo lei sembrava sapere perfettamente quando fermarsi: aspettava che i muscoli si adeguassero alla dilatazione poi, non appena il dolore si attenuava, ricominciava a spingere.
Erano stati minuti intensi, indimenticabili. La testa gli si era riempita di dolore e di piacere.
Molto tempo dopo la ragazza aveva smesso di spingere e aveva cominciato invece a tirarlo fuori. Non aveva la percezione di quanto fosse entrato, sapeva solo che gli sembrava di avere avuto un palo infilato dentro, che il dolore stava lentamente svanendo, e che cominciava gia' a provare un senso insopportabile di vuoto, di perdita.
Aveva sussurrato qualcosa come "Ti prego", e lei l'aveva spinto ancora dentro. Era stato piu' semplice, la seconda volta. Lei doveva aver lubrificato ancora il tutto, con quella sua saliva profumata.
E da quel momento lo aveva davvero scopato. Si era messa a cavalcioni delle sue gambe e lo aveva scopato.
Il piacere era stato immenso, non aveva mai provato nulla di simile. I muscoli gli si erano tesi allo spasimo, e dei versi rochi gli erano usciti dalla gola. Dietro gli occhi chiusi aveva visto enormi colonne di fuoco, esplosioni di luce invadergli la mente.
C'era stato un istante in cui aveva davvero creduto di non farcela piu', in cui aveva sentito tutta l'eccitazione accumulata fino a quel momento distruggergli il cervello pur di venire fuori. L'aveva supplicata di toccarlo, di farlo venire.
- D'accordo... girati, puttanella, fammi vedere il cazzo. - aveva risposto Catherine.
Gli era venuta voglia di piangere, per queste parole, ma l'aveva adorata. Si era girato piano piano ed era rimasto in attesa, con le gambe piegate e il respiro ansante, mentre lei continuava a penetrarlo senza sosta.
- Toccati.
La sua voce non ammetteva repliche.
- Ti prego no... non farmi...
- Toccati! - aveva urlato spingendo a fondo il fallo, con cattiveria.
Fanculo tutto, aveva pensato.
Si era preso in mano il cazzo, sorprendendosi quasi della sua durezza, e aveva cominciato a masturbarsi lentamente.
Aveva focalizzato l'attenzione su di lei, ma lei non lo aveva guardato. Gli fissava invece il culo, mente continuava a penetrarlo, e aveva cominciato a toccarsi. Era bellissima cosi' scompigliata, arrossata, sembrava furiosa. Cattiva anche con se stessa, aveva affondato le dita nella fica con violenza, strappandosi gemiti al limite del dolore, facendosi venire, alla fine, con un urlo liberatorio, sputando fuori in francese cose incomprensibili, ma sicuramente sconce.
Poi era successo il miracolo.
Catherine, ancora in ginocchio fra le sue gambe aperte, si era piegata, aveva lasciato colare un filo di saliva sul fallo di gomma per facilitarne il movimento, e senza troppi preamboli gli aveva preso in bocca il cazzo, con dolcezza.
L'aveva succhiato lentamente, ma con passione, con un espressione estatica sul bel viso. Aveva tirato fuori la lingua in lunghe, umide carezze. Sembrava non avere piu' fretta, sembrava prendere la cosa con calma, adesso.
Il cervello gli si era riempito di sensazioni, di piacere. Si era sentito completamente posseduto, dentro e fuori. Tutto il suo corpo aveva vibrato di piacere, fino a farlo sobbalzare sul letto.
Glielo aveva bagnato ben bene poi era scesa su di lui fino a prenderlo completamente in bocca, fino ad averlo nella gola. Si era mossa pochissimo, quindi, strofinandosi il glande contro il palato, in una carezza continua, estenuante.
Aveva creduto di morire, lo aveva creduto realmente. Invece era venuto, inaspettatamente, nell'orgasmo piu' forte e sconvolgente che avesse mai provato.
Aveva urlato, senza riguardo per i vicini o per il vecchietto malato del piano di sopra. Aveva urlato fino a sentire la gola pizzicare.
Come in sogno aveva poi percepito la ragazza che tirava fuori il fallo, che andava in bagno, che si rivestiva. Da qualche parte c'era di nuovo quel sottile dolore, che andava intensificandosi.

«Enrico? Guarda che il convegno e' ricominciato!» Roberta lo guardava dal basso come sempre, vista la sua statura.
«Che?»
«Seee... buonanotte. Altro che cotto. Tu sei proprio partito, per quella!» Rise la ragazza
«Robi tu hai mai...»
«Cosa?»
«No, niente, lascia perdere. Andiamo.»
«Eddai, cosa!»
«Te lo dico un'altra volta, promesso. Adesso entriamo, che il capo mi tiene d'occhio...»
«Stai attento, che quello e' un belva. E' capace di sorriderti e nel frattempo di mettertelo elegantemente nel culo, senza problemi!»
Enrico senti' una fitta nel petto e nascose un sorriso.
«Ok tesoro, ci staro' attento...»



Data creazione: 18/01/2007 @ 18:15
Ultima modifica: 18/01/2007 @ 18:20
Categoria: 2002|Racconti
Pagina letta 11259 volte


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Commenti:


Commento n° 1 

da lulu il 12/04/2009 @ 18:36

e bello inculare un uomo di brutto



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